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Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

Littoria Blues City

Autore libro: Paolo Rigo

Titolo libro: Littoria Blues City

Editore: Edizioni Il Foglio

Prezzo: 14,00 €

  Uscito durante la scorsa estate per le combattive edizioni de Il Foglio Letterario, l’esordio narrativo di Paolo Rigo (già esordiente in versi con Anima piange, Edizioni della Sera, 2011) si presenta come un incrocio di direttrici dal diverso peso specifico, a cominciare dalle ascendenze letterarie principalmente americane. David Foster Wallace, John Fante, Charles Bukowski si scontrano con il dichiarato patrocinio di Pedro Juan Gutierrez in una prosa dal ritmo sostenuto e in costante accelerazione fino all’afasia del sincopato che l’aria jazzistica del titolo, ricalcato tra l’amato Allen Ginsberg e una boutade latinense di marca pennacchiana, suggeriscono. L’impasto è fitto, a tratti sovrabbondante, sicuramente allucinato e volutamente straniante nella descrizione di uno stralunato romanzo di formazione in diciotto racconti fra Latina/Littoria, città dell’adolescenza e Roma, città della prefigurata (dubbia) maturità.

La città che Rigo descrive nelle sue volute sintattiche e nelle esplosioni di un ego fagocitante, autoreferenziale e pregiudizievole, è popolata di piccoli criminali dai nomi sudamericani, trans, storie di droga e sesso, unite al timido incedere di ragazze della porta accanto, locali di provincia, timori adolescenziali. La misura assurda che suggerisce questo voyeur degli scandali di provincia, è, allora, quella di una mitomania sottile, giocata fra il sogno di vivere-come-in-un-libro, e la stringente attualità, anche politica. Dunque una riduzione impossibile che può lasciare smagliature e zone d’ombra a vantaggio di una preoccupazione nuova, scavare nel proprio e nell’altrui animo, omaggiare gli amici, condannare i nemici, offrire una personalissima e divertente visione del mondo.

  Protagonista incontrastato delle storie narrate è Sal Rinaldi, alter-ego letterario dell’autore. “Sal si rivolge direttamente ai lettori – come per una testimonianza urgente e immediata, un resoconto, una deposizione. Come Holden, non ha pazienza: va per conto suo , non aspetta nessuno. Mescola fatti a giudizi, pezzi di vita a libri e musica, in un disordine consapevole che è anche uno stato d’animo”, si legge nella Prefazione al volume dello scrittore Paolo di Paolo.

  La mescolanza è di certo una delle caratteristiche di questo romanzo in parti, per cui si possono trovare tra una storia e l’altra, tra una pagina e l’altra, noncuranti citazioni più o meno dirette a tutto il mondo di riferimenti artistici e culturali dell’autore, affastellate senza preoccupazioni di valore, attualità, riferimento, ecco così il Vinicio Capossela delle cadenze sghembe dei suoi ritmi balcanici, il Ruby-gate con tutto lo strascico di polemiche berlusconiane, il piccolo Woody Allen di Annie hall che protesta di non aver mai avuto un periodo di latenza.

  Comprare e leggere Littoria blues city significa sicuramente non essere un lettore canonico, di quelli che le escogitazioni editoriali hanno abituato a prodotti chimici trattati con editing tutti uguali. Piuttosto significherà avere a cuore le sorti della giovane narrativa italiana, alla quale si potrà perdonare qualche eccesso di fretta quando si verrà ricompensati dalla nitida visione, o sia anche solo dal sospetto, della presenza, fra le pagine di questo baraccone in movimento con tutto il suo seguito di caratteri riusciti o velleitari, di quella sostanza di cui sono fatti i sogni e le illusioni di un giovane autore.

Fabrizio Miliucci   

Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti

Ammettiamolo!

Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.

Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra

Step paranoico n°1:

-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:

ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia

Step paranoico n°2:

-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:

QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.

Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi

Step paranoico n°3 (Armageddon)

-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-

Soluzione:

Dale a tu cuerpo alegria Macarena 
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena 
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena 
Hey Macarena 

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.

Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!

 

[…ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza……]

Laetitia

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-‘Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-‘Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Pagura avvistata

Lieti di segnalare sui lidi della blogosfera uno strano animale: la Pagura!

http://lauracapo.wordpress.com/2012/02/06/the-hermit-crab-la-pagura/

Teoria e pratica della fuga

NB: c’è qualche pazzo, anzi pazza che inizia ad aggiungersi alla ciurma. Pubblichiamo oggi il testo di una nostra, per ora, generica lettrice!

“ … ma sai che c’è? Che io me ne andrei, sì. Mollerei tutto e mi aprirei una pizzeria a Lipsia. Una casa in affitto e vaffanculo. Sai farla tu la pizza?”

È mio padre. È giù in salone che parla con mia madre, o forse con se stesso. Guardano la tv.

Riesco tranquillamente a visualizzarli nella mia mente: lui, semidisteso sul divano, con un braccio dietro la testa, e lei, appollaiata sul bracciolo, le braccia incrociate e l’espressione assorta e annoiata.

E’ decisamente singolare che qui dalla mia stanza, dal mio “Aventino”, non abbia captato null’altro se non questa frase, queste poche parole, frammenti di chissà quale discorso.

Talmente singolare che non posso fare a meno di rifletterci su.

In psicologia è ormai assodato che ci sono casi in cui attenzione e coscienza sono dissociate. Infatti, abitualmente gli stimoli accedono alla coscienza attraverso l’attenzione, ma può anche accadere che vi arrivino direttamente. Avete presente quando siete davanti alla tv, concentrati sulla spazz … ehm, volevo dire sul programma in onda e non prestate la minima attenzione a quello che si dice nell’altra stanza? Beh, di punto in bianco, se viene pronunciato il vostro nome, lo riconoscete: lo stimolo è arrivato alla coscienza senza passare per l’attenzione. Fico eh? A me capita spesso, solo che di solito me ne esco con frasi che non c’entrano niente, facendo la figura dell’idiota … ma non divaghiamo. Ora quello che ci interessa è che non TUTTI gli stimoli possono passare per questa “via preferenziale”. Si deve trattare di qualcosa che ci riguarda da vicino, qualcosa che riconosciamo al volo come nostra e che istantaneamente cerchiamo di riafferrare con il lazo dell’attenzione: il nostro nome, qualcosa che abbiamo fatto, qualcosa che stavamo pensando anche noi.

Già. Deve essersi trattato proprio di questo. Inutile negarlo … pensavo alla FUGA.

Più che di un pensiero si trattava di una sensazione, una sorta di fastidio, come quando ti prude “dentro” e non ti puoi grattare. Un’urgenza, ecco.

 

Non so, è come quando ti alzi la mattina presto, sei rimbambito di sonno, apri l’armadio, peschi la prima cosa che ti capita sottomano e, dopo pochi secondi, ti accorgi di aver malauguratamente indossato i jeans appena lavati. Rigidi, stretti, incartapecoriti. Quelli che tua madre ha lavato da poco (se sei fortunato, sennò te li sei dovuti lavare da solo) e che tieni lì in un angolo e non li usi finché non sono l’ultima opzione rimasta. Il motivo? Quella sensazione. Non sopporti l’idea di dover passare un’intera giornata con la sensazione di limitatezza che ti danno quei cavolo di jeans.

Ecco. È così che mi sentivo nel momento in cui mi sono arrivate alle orecchie quelle fatidiche parole.

”]”]

Io me ne andrei.”

Si. Pure io me ne andrei. Salirei su un autobus e poi prenderei una metro e alla prima stazione prenderei il primo treno, con un po’ di fortuna potrei anche beccare la coincidenza giusta con un aereo diretto nonimportadove e poi potrei camminare, camminare fin quando mi reggono le gambe. E una volta arrivata  potrei finalmente levarmi quei dannati jeans. Potrei fare un respiro profondo e finalmente sentire la mancanza di quel prurito interiore.

Pensate che al giorno d’oggi, nel nostro mondo, un mondo senza più confini, un mondo globalizzato, un mondo in cui basta un click per ritrovarti ovunque vuoi e per avere ciò che vuoi, un mondo in cui spazio e tempo non sono più limiti ma concetti, non dovrei sentirmi così? Che in fondo non sia normale sentirsi in trappola in un mondo in cui puoi andare dove vuoi, quando vuoi, raggiungere chiunque, ottenere tutto ciò di cui hai bisogno in 3 – 5 giorni lavorativi, comodamente seduto sulla poltrona di casa tua, pagando con la tua fantastica carta prepagata nuova di zecca, ricaricabile anche telefonicamente?

Forse avete ragione. Forse sono io che non ho capito niente.

È che ho l’impressione che le pareti abbiano iniziato ad avanzare ogni giorno di un centimetro. O esco o farò la fine del formaggio negli stabilimenti della kraft: omogeneizzato e ricompattato in qualcosa di più appetibile e carino.

Questo “tutto” che ho intorno mi sta troppo intorno.

Cazzo, adesso il cellulare mi prende anche in metropolitana.

firmato

smartiesdimare 

(nuovo acquisto della ciurma, a breve su questi schermi) 

Lo strip tease dei diritti #9

Nota a margine: riprendiamo un argomento di cui abbiamo discusso tempo fa che per diverso tempo è stato dimenticato. Abbiamo ripreso contatto con le operaie di una vicenda che non dovrebbe esistere.

Tacconi Sud, Latina, 3 giugno 2011

Siamo giunte ormai vicine alla data che porterà il nostro datore o un suo legale rappresentante  nel  tribunale di Latina.

Il 9 giugno.

Allora saranno trascorsi 142 giorni d’occupazione della Tacconi Sud.

Il presidio per chi vi entrasse ora ha le  pereti ricoperte di messaggi, note, fogli dei turni, articoli dei giornali che amiche giornaliste hanno scritto, i disegni dei nostri bambini, delle domeniche e delle feste trascorse.

Questo presidio sa del tempo delle nostre vite che abbiamo fermato in nome del diritto dei diritti, il diritto al lavoro e alla dignità che deriva da questo, in nome di quella legge che abbiamo sempre rispettato e che mai nella nostra vita avremmo immaginato di violare per avere giustizia.

Questa esperienza ha cambiato per sempre le nostre vite, perché la prova di forza che abbiamo dovuto sostenere è stata molto più grande di noi.

Adesso che è giunto il momento decisivo abbiamo bisogno di cercare ancora una volta l’abbraccio difficile con questa città, che non abbiamo cambiato con questa lotta, ma alla quale lasciamo una traccia della nostra storia.

Di come un gruppo di donne in un giorno freddo di gennaio, in mezzo a mille difficoltà hanno “scelto” perché non hanno avuto “scelta”.

Non ci sentiamo delle eroine, perché non abbiamo mai smesso di avere paura e non della notte al presidio, ma di tutte quelle cose che hanno attraversato questi mesi di domicilio coatto. Del “non senso” che saliva nei nostri cuori tutte le volte che un turno restava vuoto, perché non è stato facile restare insieme e continuare a credere d’essere nel giusto. Può apparire strano, ma è più difficile confidare nella propria resistenza che nei propri principi l’hanno animata, la prima è la misura dei secondi.

Così tanto più si crede in un principio, tanto più si trova il coraggio per resistere all’evidenza del contrario.

Vi aspettiamo davanti al tribunale di Latina il 9 giugno mattina, vi chiediamo di restare con noi in attesa, di stringervi intorno alla nostra speranza…

Ringrazio tutte le mie colleghe, tutti i loro compagni, i loro figli piccoli e grandi, gli amici tutti nei ruoli diversi che hanno diviso con noi parte di questo percorso, le amiche giornaliste, insieme ai loro colleghi tutti, in particolare quelle che hanno perso il lavoro in queste ore, il presidio è andato avanti  anche grazie a loro, se continuarlo dipenderà dalla decisione di giovedì…..

Rosa Emilia Giancola

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