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Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

Littoria Blues City

Autore libro: Paolo Rigo

Titolo libro: Littoria Blues City

Editore: Edizioni Il Foglio

Prezzo: 14,00 €

  Uscito durante la scorsa estate per le combattive edizioni de Il Foglio Letterario, l’esordio narrativo di Paolo Rigo (già esordiente in versi con Anima piange, Edizioni della Sera, 2011) si presenta come un incrocio di direttrici dal diverso peso specifico, a cominciare dalle ascendenze letterarie principalmente americane. David Foster Wallace, John Fante, Charles Bukowski si scontrano con il dichiarato patrocinio di Pedro Juan Gutierrez in una prosa dal ritmo sostenuto e in costante accelerazione fino all’afasia del sincopato che l’aria jazzistica del titolo, ricalcato tra l’amato Allen Ginsberg e una boutade latinense di marca pennacchiana, suggeriscono. L’impasto è fitto, a tratti sovrabbondante, sicuramente allucinato e volutamente straniante nella descrizione di uno stralunato romanzo di formazione in diciotto racconti fra Latina/Littoria, città dell’adolescenza e Roma, città della prefigurata (dubbia) maturità.

La città che Rigo descrive nelle sue volute sintattiche e nelle esplosioni di un ego fagocitante, autoreferenziale e pregiudizievole, è popolata di piccoli criminali dai nomi sudamericani, trans, storie di droga e sesso, unite al timido incedere di ragazze della porta accanto, locali di provincia, timori adolescenziali. La misura assurda che suggerisce questo voyeur degli scandali di provincia, è, allora, quella di una mitomania sottile, giocata fra il sogno di vivere-come-in-un-libro, e la stringente attualità, anche politica. Dunque una riduzione impossibile che può lasciare smagliature e zone d’ombra a vantaggio di una preoccupazione nuova, scavare nel proprio e nell’altrui animo, omaggiare gli amici, condannare i nemici, offrire una personalissima e divertente visione del mondo.

  Protagonista incontrastato delle storie narrate è Sal Rinaldi, alter-ego letterario dell’autore. “Sal si rivolge direttamente ai lettori – come per una testimonianza urgente e immediata, un resoconto, una deposizione. Come Holden, non ha pazienza: va per conto suo , non aspetta nessuno. Mescola fatti a giudizi, pezzi di vita a libri e musica, in un disordine consapevole che è anche uno stato d’animo”, si legge nella Prefazione al volume dello scrittore Paolo di Paolo.

  La mescolanza è di certo una delle caratteristiche di questo romanzo in parti, per cui si possono trovare tra una storia e l’altra, tra una pagina e l’altra, noncuranti citazioni più o meno dirette a tutto il mondo di riferimenti artistici e culturali dell’autore, affastellate senza preoccupazioni di valore, attualità, riferimento, ecco così il Vinicio Capossela delle cadenze sghembe dei suoi ritmi balcanici, il Ruby-gate con tutto lo strascico di polemiche berlusconiane, il piccolo Woody Allen di Annie hall che protesta di non aver mai avuto un periodo di latenza.

  Comprare e leggere Littoria blues city significa sicuramente non essere un lettore canonico, di quelli che le escogitazioni editoriali hanno abituato a prodotti chimici trattati con editing tutti uguali. Piuttosto significherà avere a cuore le sorti della giovane narrativa italiana, alla quale si potrà perdonare qualche eccesso di fretta quando si verrà ricompensati dalla nitida visione, o sia anche solo dal sospetto, della presenza, fra le pagine di questo baraccone in movimento con tutto il suo seguito di caratteri riusciti o velleitari, di quella sostanza di cui sono fatti i sogni e le illusioni di un giovane autore.

Fabrizio Miliucci   

Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti

Ammettiamolo!

Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.

Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra

Step paranoico n°1:

-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:

ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia

Step paranoico n°2:

-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:

QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.

Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi

Step paranoico n°3 (Armageddon)

-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-

Soluzione:

Dale a tu cuerpo alegria Macarena 
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena 
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena 
Hey Macarena 

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.

Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!

 

[...ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza......]

Laetitia

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-‘Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-‘Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Pagura avvistata

Lieti di segnalare sui lidi della blogosfera uno strano animale: la Pagura!

http://lauracapo.wordpress.com/2012/02/06/the-hermit-crab-la-pagura/

Teoria e pratica della fuga

NB: c’è qualche pazzo, anzi pazza che inizia ad aggiungersi alla ciurma. Pubblichiamo oggi il testo di una nostra, per ora, generica lettrice!

“ … ma sai che c’è? Che io me ne andrei, sì. Mollerei tutto e mi aprirei una pizzeria a Lipsia. Una casa in affitto e vaffanculo. Sai farla tu la pizza?”

È mio padre. È giù in salone che parla con mia madre, o forse con se stesso. Guardano la tv.

Riesco tranquillamente a visualizzarli nella mia mente: lui, semidisteso sul divano, con un braccio dietro la testa, e lei, appollaiata sul bracciolo, le braccia incrociate e l’espressione assorta e annoiata.

E’ decisamente singolare che qui dalla mia stanza, dal mio “Aventino”, non abbia captato null’altro se non questa frase, queste poche parole, frammenti di chissà quale discorso.

Talmente singolare che non posso fare a meno di rifletterci su.

In psicologia è ormai assodato che ci sono casi in cui attenzione e coscienza sono dissociate. Infatti, abitualmente gli stimoli accedono alla coscienza attraverso l’attenzione, ma può anche accadere che vi arrivino direttamente. Avete presente quando siete davanti alla tv, concentrati sulla spazz … ehm, volevo dire sul programma in onda e non prestate la minima attenzione a quello che si dice nell’altra stanza? Beh, di punto in bianco, se viene pronunciato il vostro nome, lo riconoscete: lo stimolo è arrivato alla coscienza senza passare per l’attenzione. Fico eh? A me capita spesso, solo che di solito me ne esco con frasi che non c’entrano niente, facendo la figura dell’idiota … ma non divaghiamo. Ora quello che ci interessa è che non TUTTI gli stimoli possono passare per questa “via preferenziale”. Si deve trattare di qualcosa che ci riguarda da vicino, qualcosa che riconosciamo al volo come nostra e che istantaneamente cerchiamo di riafferrare con il lazo dell’attenzione: il nostro nome, qualcosa che abbiamo fatto, qualcosa che stavamo pensando anche noi.

Già. Deve essersi trattato proprio di questo. Inutile negarlo … pensavo alla FUGA.

Più che di un pensiero si trattava di una sensazione, una sorta di fastidio, come quando ti prude “dentro” e non ti puoi grattare. Un’urgenza, ecco.

 

Non so, è come quando ti alzi la mattina presto, sei rimbambito di sonno, apri l’armadio, peschi la prima cosa che ti capita sottomano e, dopo pochi secondi, ti accorgi di aver malauguratamente indossato i jeans appena lavati. Rigidi, stretti, incartapecoriti. Quelli che tua madre ha lavato da poco (se sei fortunato, sennò te li sei dovuti lavare da solo) e che tieni lì in un angolo e non li usi finché non sono l’ultima opzione rimasta. Il motivo? Quella sensazione. Non sopporti l’idea di dover passare un’intera giornata con la sensazione di limitatezza che ti danno quei cavolo di jeans.

Ecco. È così che mi sentivo nel momento in cui mi sono arrivate alle orecchie quelle fatidiche parole.

“]”]

Io me ne andrei.”

Si. Pure io me ne andrei. Salirei su un autobus e poi prenderei una metro e alla prima stazione prenderei il primo treno, con un po’ di fortuna potrei anche beccare la coincidenza giusta con un aereo diretto nonimportadove e poi potrei camminare, camminare fin quando mi reggono le gambe. E una volta arrivata  potrei finalmente levarmi quei dannati jeans. Potrei fare un respiro profondo e finalmente sentire la mancanza di quel prurito interiore.

Pensate che al giorno d’oggi, nel nostro mondo, un mondo senza più confini, un mondo globalizzato, un mondo in cui basta un click per ritrovarti ovunque vuoi e per avere ciò che vuoi, un mondo in cui spazio e tempo non sono più limiti ma concetti, non dovrei sentirmi così? Che in fondo non sia normale sentirsi in trappola in un mondo in cui puoi andare dove vuoi, quando vuoi, raggiungere chiunque, ottenere tutto ciò di cui hai bisogno in 3 – 5 giorni lavorativi, comodamente seduto sulla poltrona di casa tua, pagando con la tua fantastica carta prepagata nuova di zecca, ricaricabile anche telefonicamente?

Forse avete ragione. Forse sono io che non ho capito niente.

È che ho l’impressione che le pareti abbiano iniziato ad avanzare ogni giorno di un centimetro. O esco o farò la fine del formaggio negli stabilimenti della kraft: omogeneizzato e ricompattato in qualcosa di più appetibile e carino.

Questo “tutto” che ho intorno mi sta troppo intorno.

Cazzo, adesso il cellulare mi prende anche in metropolitana.

firmato

smartiesdimare 

(nuovo acquisto della ciurma, a breve su questi schermi) 

Lo strip tease dei diritti #9

Nota a margine: riprendiamo un argomento di cui abbiamo discusso tempo fa che per diverso tempo è stato dimenticato. Abbiamo ripreso contatto con le operaie di una vicenda che non dovrebbe esistere.

Tacconi Sud, Latina, 3 giugno 2011

Siamo giunte ormai vicine alla data che porterà il nostro datore o un suo legale rappresentante  nel  tribunale di Latina.

Il 9 giugno.

Allora saranno trascorsi 142 giorni d’occupazione della Tacconi Sud.

Il presidio per chi vi entrasse ora ha le  pereti ricoperte di messaggi, note, fogli dei turni, articoli dei giornali che amiche giornaliste hanno scritto, i disegni dei nostri bambini, delle domeniche e delle feste trascorse.

Questo presidio sa del tempo delle nostre vite che abbiamo fermato in nome del diritto dei diritti, il diritto al lavoro e alla dignità che deriva da questo, in nome di quella legge che abbiamo sempre rispettato e che mai nella nostra vita avremmo immaginato di violare per avere giustizia.

Questa esperienza ha cambiato per sempre le nostre vite, perché la prova di forza che abbiamo dovuto sostenere è stata molto più grande di noi.

Adesso che è giunto il momento decisivo abbiamo bisogno di cercare ancora una volta l’abbraccio difficile con questa città, che non abbiamo cambiato con questa lotta, ma alla quale lasciamo una traccia della nostra storia.

Di come un gruppo di donne in un giorno freddo di gennaio, in mezzo a mille difficoltà hanno “scelto” perché non hanno avuto “scelta”.

Non ci sentiamo delle eroine, perché non abbiamo mai smesso di avere paura e non della notte al presidio, ma di tutte quelle cose che hanno attraversato questi mesi di domicilio coatto. Del “non senso” che saliva nei nostri cuori tutte le volte che un turno restava vuoto, perché non è stato facile restare insieme e continuare a credere d’essere nel giusto. Può apparire strano, ma è più difficile confidare nella propria resistenza che nei propri principi l’hanno animata, la prima è la misura dei secondi.

Così tanto più si crede in un principio, tanto più si trova il coraggio per resistere all’evidenza del contrario.

Vi aspettiamo davanti al tribunale di Latina il 9 giugno mattina, vi chiediamo di restare con noi in attesa, di stringervi intorno alla nostra speranza…

Ringrazio tutte le mie colleghe, tutti i loro compagni, i loro figli piccoli e grandi, gli amici tutti nei ruoli diversi che hanno diviso con noi parte di questo percorso, le amiche giornaliste, insieme ai loro colleghi tutti, in particolare quelle che hanno perso il lavoro in queste ore, il presidio è andato avanti  anche grazie a loro, se continuarlo dipenderà dalla decisione di giovedì…..

Rosa Emilia Giancola

Bukowski e il nucleare.

La locanda del bucaniere continua a prestare i suoi servigi ai diversi viandanti che si arenano lungo la costiera del drago d’oro, rifocillando quest’ultimi più del dovuto. A chiunque decidesse di passare da queste parti, non si escluda dall’ inzuppare i propri baffi nella schiumosa birra del vichingo piangente.

di Alessio Belli

Quando nel 1967 Henry Charles Bukowski pubblica Storie di ordinaria follia, dall’esplicito sottotitolo Erezioni Eiaculazioni Esibizioni, anticipa di 44 anni l’inferno geo-nucleare abbattutosi sul Giappone e altre limitrofi catastrofi. In quell’orgia letteraria fatta di sesso estremo e logoranze alcooliche c’è il racconto più allucinato, disturbato, malato e sconcertante dell’autore; Animali in libertà, il capolavoro dell’opera a pari merito con Macchina da fottere (altrettanto indimenticabile, ma sicuramente meno inquietante). Il brano s’apre con l’ennesimo traumatico risveglio  in strada del protagonista – ovviamente il nostro Mister B.  –  alle prese con i postumi di una clamorosa sbornia.  Arrivato al limite della sopportazione, tra colazioni a base di scadente vino rosso e un sole impertinente, l’idea che s’imprime nella testa del debosciato personaggio è quella di farla finita, di trovare un bell’angolo illuminato dove lasciarsi morire  di fame. Senza troppi problemi. Come i vetri d’una bottiglia negli occhi le parole delle primissime righe si conficcano nella testa del lettore con una drammatica ed esplicita brutalità, riuscendo a far capire quanto non ci sia nulla nella vita per cui vale la pene vivere; il tutto espresso nello stile Bukowski, senza troppi pianti o patemi, nella pura, scarna e terribile realtà dei fatti:

“Non provavo alcun rancore verso la società, poiché non ne facevo parte. A ciò mi ero da tempo adattato.”


Il vagabondare lo porta all’estrema periferia della città, tra vecchie case contro cui bussare per chiedere un bicchiere d’acqua. Ma le case non sono tutte uguali. Gordon, così si chiama il nostro protagonista, scegli nel nome di chissà quale arbitrio una casetta accogliente da cui proviene però un forte odore di sangue, carne cruda e merda. Apre Carol, una bella ragazza dai capelli rossi, che gentilmente accoglie e disseta il derelitto. E ben presto Gordon scopre che Carol è matta, che è stata ricoverata più volte e che quell’odore di carne ed escrementi deriva dal fatto che questa ragazza ospita nella sua dimora un intero zoo: scimmie, tigri, serpenti e compagnia bella. Dice di amare e di trovare molto più degni di rispetto gli animali che gli  essere umani. I due continuano a parlare e Gordon supera l’iniziale shock fermandosi a dormire da lei, anche perché non ha altri posti dove stare. Scopre così che Carol ama così tanto gli animali da scoparseli anche, uno a notte: prima il biscione, poi la tigre e poi l’ultimo degli animali; Gordon. La convivenza continua e la bizzarra padrona di casa resta in cinta. Poco prima di partorire i vicini di casa, stufi dei rumori e degli odori gli sterminano lo zoo casalingo e da quel momento la fanciulla inizia a fare sogni inquietanti sulla fine delle cose. Finché non arriva il giorno del parto ed ecco la corsa all’ospedale. Il dottor Jennings tranquillizza Gordon; tutto apposto, è un maschio, quattro chili e duecento. Il nostro eccitato neo papà corre a vedere il bambino, dice il nome all’infermiera che glielo va a prendere e sorridendo lo porge al padre. Poi il destabilizzante e traumatico finale; il bambino è il sunto di tutte le bestie delle zoo accoppiatesi con Carol (alce, coyote, lince, alce, orso, tigre, orango) più Gordon. Neanche il tempo di realizzare che l’edificio inizia a tremare e l’infermiere a strillare; la prima bomba all’idrogeno è caduta su Los Angeles.

Qualcuno di voi adesso si starà domandando cosa possa passare nella testa bacata della persona – ebbene si, proprio il sottoscritto – che ha scritto questa breve sinossi in cui si accomuna l’inferno giapponese alle vicende del più famoso degli alcoolizzati letterari. Poiché la persona che scrive non è ancora bacata del tutto, ci tengo a giustificare queste righe partendo un passo alla volta.

Iniziamo da Mister Bukowski. Nel suo racconto viene fuori nella maniera più originale e spiazzante il profondo pessimismo nutrito dall’autore nei confronti dell’umanità e della società. Lui, l’emarginato volontario per eccellenza, sempre più fuori dal giro dei normali, arriva alla periferia del mondo, un mondo in cui altri folli ed esclusi arrivano addirittura a sostituire le persone con gli animali, visto che ormai di differenza ce ne è molta poca. Carol nel suo ruolo di benefattrice spassionata e madre di una nuova umanità ibrida rappresenta gli ultimi scampoli di onestà. E perché far cadere sul L.A la prima bomba all’idrogeno? Perché farla cadere proprio sull’ospedale dove il il sfigurata incrocio bambino-cucciolo di svariati animali è appena finito tra le braccia di uno dei suoi tanti padri?

Perché la vera fine, la fine del mondo, l’apocalisse autentica, scatta non si riesce più a distinguere tra l’uomo e la bestia, tra i folli costruttori di una nuova Arca e i sani sterminatori di genti. Ben calato nel contesto dalla Guerra fredda Bukowski aveva visto giusto, in anticipo; prima di preoccuparci se le bombe esplodono, preoccupiamoci per cosa siamo diventati. Prima di preoccuparci della loro esplosione, vediamo prima che cosa distruggono – sempre ammesso che sia ancora qualcosa che vale la pena salvare. Da quell’originale parto ad oggi le cose non sembrano essere cambiate; quanto ancora dobbiamo distruggere prima di accorgerci che stiamo succhiando via la linfa dalla nostra Terra? Quanti pseudo-complotti dobbiamo sentire per non realizzare la lunghezza della lista delle persone pronte e speculare sugli ultimi olocausti?

I governi e chi ci dovrebbe rappresentare non mi fanno stare tranquillo, anche perché in contemporanea un’altra ideale bomba ad idrogeno è cascata anche sulla Libia. Ma non voglio farla lunga ed annoiarvi, volo solo dirvi che per me  quel vecchio beone a cui sono molto affezionato l’aveva vista lunga; la fine del mondo siamo noi, i nostri atteggiamenti, le nostre scelte, il nostro mischiarci tra gli animali, il nostro diventare animali. Conviene conservare il cordoglio per le vittime ed accettare la lezione dello scrittore made in U.S.A  e sperare che il disastro nucleare posso diventare un avvertimento ed un monito, evitando di finire anche noi nella stessa sala parto di Bukowski.

Concludo dicendo che scorgo molti e cupi parallelismi tra il finale del racconto e la tragedia Giapponese, sopratutto perché – anche un ottimista cronico come me – constata che le circostanze non sono molto lontane. Anche senza l’utero gravido di Carol e i suoi Animali in libertà.

I Diari di San Francisco.

Sono mesi ormai che abbiamo abbandonato le coste solcando intestarditi le onde calme di un oceano agguerrito. La rotta era ed è, tutt’oggi, la stessa: la fasulla linearità dell’orizzonte.
In questo tempo il coraggio non è mai venuto meno. Anche quando il cibo scarseggiava e l’oceano rigettava solamente le vongole peggiori. Eppure qualche benevolo dio del mare, ci vuole ancora qui, per impartirci un’altra lezione, per metterci davanti agli occhi una delle prime e assolute verità che dovrebbero comparire nei codici dei marinai d’onore: “nessuna vela normale può spingervi tanto oltre se non quella della propria anima”.
Vongole e Merluzzi è fiero dunque di presentarvi una giovane scrittrice che guidata dalla sua anima ha deciso di partire da Roma e giungere a San Francisco con un’unica intenzione:
intervistare L. Ferlinghetti, uno dei più grandi poeti viventi. Non conosco da molto questa giovane marinaia ma quando mi confidò questo suo progetto incomincia ad invidirgli la vita. E vongole e merluzzi voleva esserci. Voleva accompagnarla in questa avventura.
Il nostro impegno dunque, sarà quello di raccogliere le pagine scritte del suo diario che quotidianamente lascerà dentro bottiglie di scotch in balia delle onde.

Ci aspetta una grande pescata, non ci resta perciò che mettersi al lavoro.
Ed ora,  frank lingua mozza è lieto di lasciar il timone ad Olga Campofreda!

 

 

di Olga Campofreda

Prima pagina ritrovata

Poetry is what we would cry out upon coming to ourselves in a dark wood in the middle of the journey of our life.

Love lie with me. And I will tell.

Lawrence Ferlinghetti

Quella mattina c’era una luce bianca che rimbalzava addosso, dai marmi bianchi di piazza dei Martiri, a Napoli, così forte che quando si entrava in un luogo chiuso vedevi davanti a te prima le macchie viola di luce ancora impressa, poi il resto. Gli strani plug in della vita.
Proprio quella mattina lì, l’ho incontrato. Sugli scaffali di poesia della Feltrinelli. Accanto a Gibran il profeta e T.S. Eliot. Il lume non spento. Era un libretto piccolo, edizioni Interlinea, pochi disegni fatti a mano coprivano gli spazi tra una poesia e l’altra. Lui si chiamava Lawrence Ferlinghetti e attraversammo tutta Napoli insieme, quel giorno.
Da allora non ho più lasciato andare il suo braccio. Il poeta, l’artista, il visionario, l’amico. Il santo.
E se è vera quella cosa a cui penso spesso, cioè che le frasi fatte e i detti popolari altro non sono che verità stigmatizzate negli anni, semplificate e compresse, per alleggerire il bagaglio del Tempo -ecco- allora quella storia della Montagna e di Maometto mi ha suggerito di provarci. Provare a raggiungere la Montagna.
Partirò domani per San Francisco nel pellegrinaggio della mia vita alla ricerca dell’Oracolo di sempre, il mio Spirito Guida. Colui che dice che le parole possono salvarti dove le armi non possono.

«Dear Olga,
I could spend an hour with you on Thursday, March 17th. Let us say 11 AM at the Caffe Trieste (at Vallejo Street and Grant Avenue in North Beach, San Francisco.) Until then—Lawrence F.).»

Comincia oggi la storia di un appuntamento per un caffè a San Francisco.
Comincia qui la cronaca dei miei dieci giorni californiani alla ricerca della Poesia. Per non dimenticare

una volta poggiato il primo piede sul suolo di casa—

come accade spesso per i sogni—

Scriverò tutto.

Scriverò tutto per avere la certezza di non aver immaginato niente.


I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade
Into my own parade, cast your dancing spell my way
I promise to go under it

(Mr. Tambourine man- B. Dylan)

Seconda pagina ritrovata

 

Market Street a San Francisco è lo stereotipo dell’America che mangia l’America. Le palazzine così basse che non è difficile immaginare il Far West, diventato solamente West, sempre più West, man mano che le strade sospese e invisibili dei velivoli hanno iniziato a fare solchi profondi.

Perfino nei Cieli di Dante.

Reinvent the America and the World.
Lawrence Ferlinghetti


Bisogna attraversare Chinatown e sopravvivere all’assalto sensoriale degli odori, dei colori, della folla che attraverso i marciapiedi ti travolge, nell’ora della spesa. Bisogna attraversare il Mondo dall’altra parte del Mondo per arrivare dove vuoi arrivare da anni, forse da una vita intera. In quel pezzo liofilizzato di oriente pensi a come dovresti sentirti tra qualche minuto e neanche lo sai. Pensi alla Poesia, a quando la vedrai sederti davanti, come una bella donna altèra, che sa di essere bella e non ti guarda, mentre sorseggia il suo caffè lungo americano da una tazza troppo grande per le sue labbra.

E mentre percorri gli ingressi di quei supermercati che sembrano templi –lo fai pensando a tuo padre, che compra sempre dai cinesi – lo fai pensando a tua madre, che dai cinesi non comprerebbe mai – lo fai pensando al salumiere sotto casa e ai suoi prezzi troppo alti che ogni volta quello che ti ripeti è che non ci tornerai mai più, e forse l’ultima volta sottovoce lo hai lasciato scappare tra i denti, lo sguardo severo, mentre lui sa già cosa metterti da parte per la settimana che verrà….
Percorri Chinatown pensando a casa quando casa è -per la prima volta nella tua vita- dall’altra parte della Terra in senso stretto. Allora ti fermi perché gira la testa. Saranno tutti quegli odori

sarà forse il sole che s’è fatto alto e non credevi- -
sarà
sarà
che è quasi primavera
soprattutto a Chinatown- -
sulle strade di San Francisco che sembrano
Montagne Russe
[Coney Island! Coney Island!]
e ricordano il Rione Monti
con i suoi pazzi
-rotolati da Termini
per le ripide discese-
che non sanno più tornare indietro
o forse non vogliono.

Terza pagina ritrovata

 

Poi all’improvviso la vedi. la Poesia che fluttua nell’aria come gabbiani che si mescolano alle sartie delle vele, ma che invece sono tralicci e il mare è la strada, ma non importa, non importa. E’ tutto lì. Ed è così difficile vedere le cose per come sono e non per come le hai sempre desiderate vedere.

La cosa peggiore da fare a San Francisco, è attraversare North Beach ascoltando Bob Dylan o i Grateful Dead. la cosa peggiore da fare, se ogni notte vai a letto con una copia di On the road nel cassetto, al posto dei Vangeli, è andare a vedere i cimeli dei Beat incastonati nell’apposito museo. Questi musei che sono graveyards. Cimiteri. E allora “Basta parlare di tutta questa gente morta” dice Lawrence Ferlinghetti.

Non è più tempo adesso. It’s the end of the world as we know it.

Ma questa è una lunga storia… e deve essere raccontata attentamente.
Questa cosa, ieri, me l’ha detta Lawrence.

 

Quarta pagina ritrovata

Castro, Castro!

Ieri era il mio secondo giorno a San Francisco. E la seconda notte che -per colpa di questa strana storia che gli americani hanno un orario diverso- non sono riuscita a chiudere occhio.

Segue la cronaca della piccola parte di una giornata infinita, in cui mi sono svegliata alle tre e per cercare di riaddormentarmi mi sono messa a leggere Mimesis di Auerbach.

Ovviamente non ha funzionato. Ho finito il libro e mi sono detta: adesso? Il mio stomaco ha suggerito di fare colazione, così l’ho assecondato, ma a modo mio. Ore nove a Market Street: una ragazza italiana aspetta la Cable Car per Castro, il famoso quartiere gay delle audaci dimostrazioni politiche degli anni sessanta e settanta. Mentre il cielo ci cade addosso a gocce.

Un momento a emozionarmi pensando che probabilmente quelle gocce sono state poco prima il Mississippi.
Un momento a emozionarmi al pensiero che potrebbero essere state Oceano.

Un momento in più e avrei perso la Cable Car, ma per fortuna ci salgo al volo: è un vecchio tram azzurrino e giallo anni ’50, quello diretto a Castro. Due dollari e un quarto d’ora dopo, sempre dritti su Market Street, siamo arrivati. Si tratta di un quartiere racchiuso tra quattro salite ripidissime e una piccola Main street popolata di negozi osè e Cafè, centri estetici dai nomi ambigui (Hand Jobs vince su tutti) e bandiere arcobaleno che fanno lap dance intorno ai lampioni. Le casine rosa, violetto, azzurre si alternano a boutiques vintage di moda principalmente maschile. Mentre osservo la via principale lungo una delle salite nelle quali affonda Castro, mi sento osservata da una finestra: al davanzale un Ken vestito da suora e due barbie drag queen mi studiano sotto il movimento rotatorio di una piccola palla da discomusic che gli pende sulla testa.

Poco dopo, alle dieci di mattina, capisco dove sono gli uomini più belli di San Francisco: portano a spasso i loro cani senza curarsi della pioggia, i pantaloni grigi delle tute e i giubbini di pelle o una felpa, qualcuno in t-shirt; passeggiano con un cappuccino bollente take away per un pezzetto di marciapiede e poi rientrano in casa, scavalcando un senzatetto (tanti, troppi!) che ha passato la notte nell’atrio dell’appartamento per ripararsi dalla pioggia.

Ritornando alla fermata del tram, mentre il mio ombrello dà segni di cedimento, non posso non notare la quantità spropositata di negozi per cani presenti sulla via principale. Poi la spiegazione arriva dalla stampa di una t-shirt esposta in una vetrina: DOGS ARE THE NEW KIDS. Un po’ come dire “il verde è il nuovo rosa”.

E’ ufficiale. Sono nella sala parto di un nuovo trend.

Del resto, provocazione a parte, non hanno tutti i torti. Se Angelina Jolie e Brad Pitt hanno trasformato i loro bambini in accessori senza che questo comportasse alcun intervento da parte dell’Unicef, non vedo perché il WWF o Greenpeace dovrebbero prendersela con gli abitanti di Castro, per aver fatto lo stesso con i cani.

Quinta pagina ritrovata

 

Aspettavo Jack Hirshman ad un tavolino nascosto del Caffè Trieste. Se qualcuno mi chiederà mai di San Francisco, della città, delle sue strade, della sua estensione, degli abitanti, risponderò esattamente così:
San Francisco è un caffè italiano, tra Grant Avenue e Vallejo Street. La abitano i poeti, piccoli, rugosi bevitori di caffè, dai cappelli strani e un quaderno sempre tra le mani.
E se qualcuno venisse a chiedermi, un giorno, se io ci sia mai capitata, per caso, al centro del Mondo, racconterò di quella volta in cui al Caffè Trieste aspettavo Jack Hirshman, nell’angolino più riposto del locale. Di quando ho alzato gli occhi e ho visto il mio primo Juke Box americano, sotto una parete alta strabordante di fotografie in bianco e nero di vecchi stornelli italiani dai volti illuminati da sorrisi beat-fatti-mandare-dalla-mamma. Quel centro del mondo di quando mi sono alzata abbandonando a se stesso il mio caffè, un dollaro tra le mani e tre canzoni in testa e allora ho modulato attentamente la mia scelta, le dita leggere sui tasti, leggero lo sguardo sullo scorrimento delle pagine sotto il vetro del Juke Box.
Tre canzoni. Su una sessantina di dischi, tra Battisti e Morandi, Nicola di Bari, Callas, Carotone, Miles Davis, Sinatra…

The Beau Brummels.
Rock and Roll al Centro del Mondo. Go Johnny Go.
Travel on the midnight road

Ramble where the wind don’t blow

Be aware of hidden dangers

And don’t you go unto to strangers

Babe…

Quella volta in cui il mio corpo coincideva con il centro esatto di questo Mondo ai confini esatti della Terra io stavo ballando rock and roll ad occhi chiusi tra i tavoli, davanti al Juke Box dal quale Dio seleziona per un dollaro il bene, il male, gli uragani e i miracoli. E qualche volta anche i Beau Brummels o Sinatra. Il sesto giorno, quando si riposa. Con quello stesso dollaro che gli avanza, se non decide di andarselo a bere al bancone del pub, dall’altra parte della strada.
“Hey girl, let’s do the shake!”
Un signore all’ingresso mi allunga un altro dollaro. Allora torno al Juke Box e seleziono la mia ultima traccia. Al centro del Mondo la poesia è facile come il rock and roll. Qualcuno ha sopra un foglio e scrive. Lo fa tenendo il tempo.

Sesta pagina ritrovata

La Cable Car gialla ci riporta indietro attraverso Market Street nei luoghi e nel tempo. I Chicanos ci vengono incontro sui marciapiedi, i mostri dei murales ci chiamano a giocare nei vicoli ad una nuova rivoluzione di Titani e Gladiatori.

A Mission il tempo si è fermato, ed è stato catalogato. I negozi vintage vendono i vestiti al chilo e li tengono ordinati per decadi e per genere.
“E guarda questi! Questi non credo li indossassero sul serio…”
“Disco party anni ’70. Formal suites. A quanto pare li indossavano…” osserva Enrico, che in questi grandi magazzini della storia del costume americano si muove come uno scienziato esperto in materia. Usciamo di nuovo su Valencia street, non è più giorno ma non è ancora buio. L’orario in cui le sicure delle pistole cominciano a scaldarsi. Gi angoli della strada sono pieni di gang ispano-americane. Entriamo nell’ultimo negozio prima che chiuda tutto. Si tratta dell’ennesimo negozio d’arredamento vintage. Mission street è una strada di divani retrò. Di oggetti che formano universi paralleli nascosti nelle pieghe di una storia che non conosce il mondo se non quello prima del Vietnam. Curioso. Gli oggetti che rifiutano la Storia. Quando torniamo su Valencia è ormai sera, le gang si muovono in branchi tra gli edifici azzurrini che sembrano case di zenzero e zucchero, ma senza la luce del giorno sono solo fragili edifici senza colori.
“Stai attenta”- mi aveva detto il maestro di scherma Paul Scherman la prima sera, nel venirmi a prendere all’aeroporto- “molte parti di San Francisco a volte sono come le brutte zone di Napoli”.
Io ed Enrico ci fermiamo a bere un bicchiere di vino bianco in un caffè sulla strada del ritorno. Non si fa altro che conoscere le cose attraverso il modo in cui ce le immaginiamo. Viviamo per schemi e aspettative, attese, immagini preconfezionate. Questa nostra vita è forse un semplice riscontro?
Hanno lavato e stirato la Storia per venderla al chilo. Hanno pagato un biglietto d’aereo ad un gruppo di giovani ai quartieri spagnoli e gli hanno dato delle pistole da usare legalmente a San Francisco.
Hanno preso la faccia di Kerouac e l’hanno stampata su un muro, a North Beach. La nuova gogna. Il volto del poeta esposto all’idolatria.
Le icone uccidono.


I ballerini di tango del caffè hanno interrotto la danza. Io ed Enrico abbiamo pensato abbastanza. Ci siamo meritati la cena.

prima della prossima pescata, potrete aggrapparvi a scogli più intimi sul suo personale battello:

www.lagallinabianca.it

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Lo strip tease dei diritti #8

Nota a margine: più festa e meno donna (?) Proseguiamo con la pubblicazione delle note dell’occupazione della fabbrica Tacconi Sud a Latina effettuata da 29 donne. Quello che leggete è uno spaccato di reale, non di blog.

Latina, Tacconi Sud, 04-03-2011

Dopo una  pausa forzata alla quale il mio fisico mi ha costretta dal 24 febbraio  al 3 marzo torno a scrivere le note che hanno accompagnato l’occupazione della Tacconi Sud. Tento di fare un bilancio.

Ad oggi dopo 43 giorni di occupazione 24 ore su 24 siamo alla seguente situazione: i nostri profili per la domanda di CIGS presso l’inps sono stati inseriti dal ex consulente aziendale compilati dalle sottoscritte per poter velocizzare l’operazione che si è conclusa il 23 febbraio 2 giorni prima della data di scadenza. Grazie all’intervento della stampa locale e delle giornaliste che hanno intervistato e ripreso la nota del 20 febbraio “staccano la spina”, l’interruzione  dell’energia elettrica è stata per il momento scongiurata. Non c’è stata nessuna trattativa  con il nostro datore, è da novembre che non percepiamo lo stipendio e nè al momento l’assegno di cassa.Alcune di noi hanno trovato lavoro, un breve contratto, ma continuano il presidio, dopo il lavoro offrono il loro poco tempo libero alla nostra lotta.

Il loro punto di riferimento è per il momento ad una battuta d’arresto, in fondo le “eroine” non fanno le operaie e non rischiano mai il disonore della fragilità fisica! di loro ho sempre pensato che possono cavarsela da sole! hanno solo bisogno di sapere che c’è qualcuno in grado di tradurre il loro pensiero, del resto hanno fatto quello che è stato insegnato loro…”essere delle brave ragazze”…..”studiare quanto basta ad una donna”…..”saper fare un mestiere”…..”essere brave mogli e  mamme”…..a  guardare bene nel 2011 certi stereotipi non sono così cambiati!

Senza rendermene conto, ho dato loro e mi sono data la possibilità di dirlo. Di dire ad alta voce e in diverse metafore…”ecco noi siamo quelle che hanno sempre fatto quello che c’era da fare,assumendo il ruolo che questa società “consiglia” alle donne come noi , non  ci siamo mai ribellate, abbiamo badato ai figli e ai nostri genitori, abbiamo subito l’umiliazione di non essere mai state sufficientemente presenti alle riunioni scolastiche e nella vita sociale dei nostri figli, perchè troppo impegnate con in lavoro!

In un Paese che non riesce a programmare nulla dalle 17.00 in poi! orario di fine lavoro per la maggior parte degli operai! Certo dovevamo imparare a “conciliare” basta saperlo ed essere informate, per essere presenti in una società che da sempre esalta il libero arbitrio e la “scelta” delle donne!  E  che rimanda un’immagine di noi così rampante,aggressiva, sessualmente disponibile e ferocemente giovane! Noi siamo donne di mezza età! un termine che fa rabbrividire in questi tempi così protesi all’esaltazione della giovinezza, nello sforzo mediatico di far apparire un’ immagine della donna che non c’è nel Paese reale.

L’immagine reale  della donna è così drammaticamente diversa in ogni spaccato di realtà che viene da chiedersi quale forma di dissociazione abbia colpito la maggior parte della gente e in molti casi le stesse donne! e per tornare alla nostra “piccola ribellione” caldamente sconsigliata, perchè le donne come noi hanno ben altre cose da fare!

Questa è apparsa oggi a molti come un gesto sensato e nello stesso tempo staordinario, per noi a dire il vero l’unico possibile. Dal mio bilancio non sembra emergere molto, del resto le garanzie offerte da questo tipo di  azioni non hanno sempre gli allori attesi, dobbiamo continuare il presidio per tutto marzo, questi i tempi di attesa che i nostri avvocati hanno strappato all’organizzazione giudiziaria che vedeva fissata la nostra udienza per giugno!

Si procede lentamente. La calma di questi giorni è stata rotta solo dalle telefonate delle colleghe, le quali  accertandosi del mio stato di salute mi rassicuravano che avrebbero tenuto duro in mia assenza e che non si erano pentite di aver intrapreso questa avventura.

Martedì prossimo sarà l’8 marzo e anche l’ultimo di carnevale, ironia della sorte, anche il calendario sbeffeggia la giornata simbolo della donna, voluta da Rosa Luxemgurg, allora era il 1908 e morivano in un  rogo 129 donne e alcuni bambini al seguito di queste, il fuoco fu appiccato dal proprietario( anche se alcune versioni sostengono sia stato un incidente) in realtà queste avevano fermato i telai chiedendo migliori condizioni di lavoro, era l’epoca delle filande e il tessile era per definizione il “comparto” del lavoro femminile.

A 103 anni di distanza da quell’evento la strada del diritto femminile sembra un’autostrada a tre corsie, con molte stazioni di servizio che offrono una rivisitazione dell’argomento, soprattutto in Italia dove la nostra condizione giuridica ai primi del ‘900 era nella definizione “accessorio del Capo famiglia” la “C” maiuscola indicava il rapporto di  subordinazione allo stesso. Oggi tutti convengono che  le cose stanno diversamente anzi….qualcuno azzarda l’ipotesi di  un’ “eccessiva e nociva libertà” come se quest’ultima fosse una “gentile concessione” sempre passibile di revisione trattandosi di “accessorii” .

Sono le stesse donne, spesso a precisare di non avere a che fare con le conquiste “femministe” catalogando il tutto come eccessivo ed improprio alla natura femminile. Chissà perchè la libertà è sempre guardata con sospetto,e forse è questa la ragione di ogni dittatura, perchè alla fine è meglio delegare per non rendersi responsabili delle proprie azioni e della propria capacità di giudizio e la conseguente critica a chi agisce per nostro conto. Sarà per me un bell’ 8 marzo che trascorrerò alla Tacconi Sud.

 

Rosa Giancola

 

Chi lotta può ancora perdere. Chi ha smesso di lottare, ha già perso -Ernesto Che Guevara

Lo strip tease dei diritti #7

Note a margine:

L’indifferenza avvelena la terra, ruba vita agli altri, uccide e lascia morire; è la linfa segreta del male. (Ermes Maria Ronchi)

Latina, Tacconi Sud, 20-02-2011

Domani mattina gli operai del l’ENEL staccheranno la corrente elettrica  a causa della morosità del nostro datore di lavoro, il quale, nonostante debba soldi a tutta Italia, dal suo modestissimo punto di vista non ritiene necessario presentare i libri paga in tribunale, atto questo che accelererebbe questa inutile e lenta agonia, del resto, lui come noi vive nel Paese della mistificazione della realtà e quindi se può nascondere questo collasso finaziario per continuare a prendere le commesse dal ministero dell’ambiente, protezione civile ecc, perchè non farlo? Del resto si tratta di una piccola bugia a fin di bene, così salviamo quel po’ di lavoro da portare altrove! Come si fa a non comprendere cotanto sacrificio! Se non fosse per quelle 29 stronze! che pretendono di avere il TFR e 3 mensilità del 2010! Che ingrato il popolo! Così avezzo alla schiavitù e poco riconoscente se non ti spicci a dargli il pane!

Come non capire un così chiaro punto di vista! Del resto siamo le uniche a non averlo fatto, visto che restiamo ostinatamente  in attesa che in seguito all’atto di fallimento da noi depositato venga fissata al più presto un udienza che nomini un curatore fallimentare.

E’ paradossale che per ristabiilire la legalità bisogna in primo luogo violare la legge, occupando una fabbrica, e in secondo, sperare di essere compresi se si procede da soli nel preservarla!

In questa condizione appare chiaro chi fa cosa! Se lo fa e perchè lo fa! se questa vicenda non avesse avuto puntati i riflettori di Anno Zero saremmo scomparse persino a noi stesse! Del resto 29 persone non sono numericamente, politicamente e culturalmente rilevanti  e  perdipiù donne!

Ma questo ulteriore disagio che si aggiungerà al presidio non cambierà la nostra idea di legalità e giustizia, in un momento tutto italiano, dove la valutazione di ciò che è giusto o sbagliato sembra essere un fatto di “maggioranze” o “minoranze”, come se  la parola maggioranza indicasse implicitamente giustizia e cultura della legalità! la nostra meravigliosa e prolissa lingua ha dei termini che indicano espressamente qualcosa e non implicitamente altro!

Si continua a resistere anche all’indifferenza di questa città, che non sembra cogliere il terremoto economico che l’ha devastata, appesa ad un destino che la vede sempre protesa verso mille vocazioni, ma che non realizza nemmeno uno dei suoi possibili scenari futuri.

Rosa Giancola

Lo strip tease dei diritti #5#6

 

Nota a margine:

Solo gli operai sanno quanto vale il tempo; se lo fanno sempre pagare. (Voltaire)

 

Latina, Tacconi Sud, 15-02-2011

Sono trascorsi 25 giorni dall’inizio del presidio. Abbiamo atteso questo l’incontro in prefettura come un passaggio importante e in parte risolutivo. Siamo uscite con un pugno di mosche in mano! Nessuna garanzia! stanno per scadere i termini per il completamento della domanda di cassa avviata dopo l’accordo del 18 gennaio, se per il 25 febbraio non verrano inseriti i profili di ciascun dipendente presso il data base dell’INPS rischiamo l’ammortizzatore sociale!

Del resto dobbiamo fidarci sulla parola che un liquidatore venga nominato per domani mattina!Come possiamo non fidarci! in questo Paese di galantuomini!

Mentre scendevo le scale con la delegazione delle colleghe, riflettevo sul fatto che tante volte mi ero pentita di aver trascinato queste disgraziate compresa me in un’avventura dagli esiti incerti, ma ad ogni gradino sceso concludevo che non c’era altro da fare e che non possiamo tornare indietro. Alcune di noi sono stanche e avvilite, non resta altro che aspettare la legge, ma quello che vorremmo davvero è un abbraccio da questa città.

Una sciagura si è abbattuta su questo territorio +94% di cassa integrazione solo nell’arco del 2010, ma bollettini di questo tipo appaiono solo sui giornali locali, in tal senso siamo al pieno federalismo dei dati ancor prima d’essere una federazione.

Tensioni di vario genere  attraversano il presido e impiego la maggior parte del tempo cercando di ascoltare tutti i disagi del gruppo. Non è facile superare le fasi iniziali dell’ennesima delusione, ma accade quasi sempre che ne usciamo rafforzate. Come oggi quando sono tornata in fabbrica per relazionare sull’incontro a chi aspettava il nostro ritorno.

Non si raccolgono onori da delegata sindacale, quando un attimo prima di iniziare a parlare l’assemblea tace e aspetta la prima frase come la buona novella.

Un lungo silenzio di delusione ha accolto le mie parole e nonostante la mia collaudata esperienza in “notizie impopolari” la mia voce un po’ impacciata per il nodo in gola ha tradito la mia sicurezza. In soccorso è arrivata la loro solidarietà. Tutte hanno ripetuto “abbiamo fatto bene ad occupare , Ro, chissà cosa avremmo fatto adesso!”.

Alle mie colleghe va il miglior intervento della giornata. quella silenziosa consapevolezza di aver fatto per tutte noi la cosa giusta.


Latina, Tacconi Sud, 18-02-2011

il 25 febbraio scadono i termini per il completamento della procedura di cassa. I riflettori mediatici puntanti su di noi mitigano la sensazione di solitudine, anche se il restare legati allo share risente inevitabilmente dell’ “in” o dell’ “out” che una data situazione comporta e contro Sanremo il Paese reale perde il suo brutale fascino!

La diretta televisiva deve necessariamente concentrare in pochi istanti il senso di ciò che accade  per poter colpire chi è seduto dall’altra parte e restituigli un pezzo di mondo sul quale vuole informarsi.

La cosa migliore, al solito, è il lavoro delle persone e il tentativo di incidere e “bucare” da questo dipenderà il successo o meno della loro scelta.

Noi, le 29 operaie della Tacconi Sud insieme all’esercito di invisibili che attende la fine delle feste alla corte del Maraja, ringrazia lo sforzo del giornalismo “reale” che sceglie di  puntare i riflettori  ancora una volta sulle donne che non vanno “alle feste” e non perchè sono bigotte, moraliste o racchie! Ma perchè ritengono che il loro modo di vivere sia quello che tante persone oneste conducono nel silenzio e sacrificio.

Pertanto il titolo della trasmissione Anno Zero era un titolo dedicato a noi quelli “normali” che “resistono!” che scelgono di essere persone nonostante convenga essere “merce”, che ristabiliscono il “principio di realtà” con i loro volti e il loro silenzio, esercitanto la dignità, che appare ai più, un confine sempre più labile e facile da superare.

Noi siamo lontane/i da quel confine, la nostra dignità si moltiplica in questo abbandono e l’orizzonte che stiamo guardando non è apparso mai così chiaro!

La nostra storia diventerà qualcosa da ricordare insieme a tutte le altre storie invisibili, quando l’Italia viveva una strana stagione di incoscienza, depravazione e stupidità intorno alla corte del Maraja.

Quando le nostre vite servirono come parametro di riferimento a ciò che gli italiani erano, credevano e speravano.

Nella realtà si continuna ad esistere e resistere come si può, aspettando che questo triste momento passi, in fondo resistere significa anche questo, mantenere fermo il proprio senso della realtà cercando di capire cosa sta accadendo, sperando così, che il proprio sacrificio non sia stato inutile.

 

Rosa Giancola


 


Lo strip tease dei diritti #4

 

Nota a margine: i momenti di gloria sono effimeri, ma le idee che ne sono alla base possono essere eterne.

La gloria è il risultato dell’adattamento di uno spirito alla stupidità nazionale. (Charles Baudelaire)

Latina, Tacconi Sud, 11-02-2011

Abbiamo avuto il nostro momento di gloria. Forse di più di quello che 29 sprovvedute potevano immaginare. La mia immensa ammirazione va allo staff di Anno Zero e a Michele Santoro per aver puntato per qualche istante i riflettori sul Paese Reale. La dicotomia che Anno Zero ha mostrato è una prova tangibile della dissociazione cognitiva tra la politica e la gente e tra la gente stessa.

Il Paese reale è solo, solo come le  29 donne che occupano la Tacconi Sud. Tutte noi rappresentiamo la forza che personalmente ho avuto indignandomi ed interpretando il loro silenzio, non avrei avuto il coraggio delle parole che sono emerse in soli 5 minuti di visibilità, per me che amo il lavoro nel silenzio.

Ma a loro dovevo questo! Il riflesso della loro dignità ha raddoppiato e moltiplicato la mia.

E’ apparso chiaramente, e non per volontà di un giornalista puntuale e per niente accomodante come Santoro di come nel suo studio si è preferito non cogliere la mia provocazione! Quanto valgono 1050 euro nella Repubblica del Bunga Bunga? e cosa avrebbero dovuto rispondere? che forse non “potevano” rispondere!

Le immagini veicolano significati più ampi dei termini usati, ed è apparso chiaro che la mia faccia contratta per il freddo e per l’indignazione diceva basta!

Per me che ho delegato altri a provvedere alle mie miserie, nella speranza che la loro capacità di farsi carico dei problemi della collettività sia il peso più onorevole da portare, per me che ho sempre creduto che il modo migliore di difendere la dignità è servire! senza essere un servitore!, per me che credo in tutto questo non c’è altro tempo da attendere.

Mi è parso chiaro, per quanto vivere una diretta televisiva non è il  luogo naturale per cogliere le sfumature del linguaggio , il messaggio che Anno Zero ha tentato di veicolare con la forza delle immagini, e che  credo  possa essere espressa con il titolo scelto per la manifestazione di domenica 13 febbraio. Un’ opera letteraria di Primo Levi il quale ci ricorda che esistono punti di non ritorno rispetto al calpestio molesto della propria dignità! e la storia delle donne è quella del “calpestio” più lungo alla conquista dei diritti. La più silenziosa delle Rivoluzioni per la quale non è stata combattuta nessuna guerra!

Speriamo che questi 5 minuti di realtà restituiscano “senso e dignità” a chi per altre vie si è perso. A tutte quelle donne che si sono convinte che per cavarsela nella Repubblica del Bunga Bunga, si può scendere a compromessi e svendere la propria dignità. Come rappresentante sindacale delle mie 29 colleghe, so che la mia responsabilità e la mia correttezza  nell’esercizio della rappresentanza, è il più onorevole dei pesi da portare, e se una mia azione arreca danno alla loro buona fede e dignità,  ho commesso un doppio “peccato”. Il concetto appena espresso può estendersi ad ogni responsabilità e delega che conferiamo agli altri.

Rosa Giancola

 


 

 

Lo strip tease dei diritti #2#3

 

Nota a margine: continuiamo con la pubblicazione delle lettere della protesta alla Tacconi Sud.


Latina, Tacconi Sud 02-02-2011

Sono trascorsi 13 giorni e 16 ore dall’inizio dell’occupazione della Tacconi Sud. Siamo tese e stanche. Siamo riuscite a ricavare un terzo turno di notte, riducendo il numero, da quattro a tre, per recuperare meglio tra un turno e l’altro.Le notti in compenso paiono più brevi, si dorme comunque poco.

 

Troppa calma in questi giorni. E’ vero qualche garanzia in più c’è stata, la domanda  cassa avviata,l’istanza di fallimento depositata, tuttavia non mancano le pressioni psicologiche, c’è la possibilità che stacchino la corrente elettrica e se questo accadrà vorrà dire restare senza riscaldamento per la notte, ma quello che ci preoccupa di più sarà il buio che avvolgerà completamente questa nave in avaria con il suo equipaggio.  Ci rendiamo conto che gli esseri umani si abituano presto alle nuove condizioni, tanto che l’assurdità pare alle fine una strana routine. Ma la tensione resta.C’è la possibilità che la proprietà tenti di entrare, anche se fingono noncuranza,cominciano ad essere infastiditi dalla nostra determinazione, un pugno di donne, non ci credevano capaci di tanto! dimenticano forse che  le donne nella storia hanno sopportato oppressioni più lunghe.

Tuttavia si pensa spesso a qualche azione che attiri l’attenzione mediatica e devo dire che quella che mi è giunta con queste  note è stata inaspettata.

Ma la sensazione di fondo è la paura di essere dimenticate, i tempi si allungano e tutto questo potrebbe  non bastare. Ciò che resterà, comuque finisca sarà il valore che questa esperienza ha offerto a tutte noi. In questi giorni mi rendo conto di come gli altri sono presenti nelle nostre vite, al di sotto della soglia della nostra consapevolezza, in modo  incoscio, ci accompagnano ogni giorno della nostra vita, sono i colleghi di lavoro.

Forse in altre condizioni non avremmo avuto modo di scoprire la nostra umanità, in altri luoghi prese dalla quotidianità,non avremmo compreso come  certe condizioni accrescono la solidarietà tra le persone.

Oggi in particolare una forte tensione ha attraversato la nostra giornata, se non fosse stato per le mie colleghe non avrei avuto la forza di tenere testa ad una giornata  simile. Un’interminabile riunione su nuovi sviluppi ha sondato ogni angolo della nostra anima, ma alla fine ci ha restituito una forza nuova.

Adesso so che la lezione migliore poteva venire solo da chi è prossimo a me, ed è  per questo vicino almeno come imigliori affetti che pensiamo di vivere.

Domani saremo di nuovo in fabbrica, c’è la possibilità che tentino di forzare il presidio, per questo sarà una notte lunga pensando alle colleghe in turno.Il cellulare acceso è l’unico sostegno invisibile, perchè ognuna di noi possa raggiungere l’altra. L’altro ponte è il pensiero constante, quello che ti fa sentire la presenza dell’altro in questo comune destino.

Comunque andrà abbiamo vinto.

Abbiamo vinto come persone,come donne,come madri, come sorelle e come colleghe.

Latina, Tacconi Sud, 03-02-2011

 

Oggi è stato un giorno lunghissimo.ci siamo alzate presto per raggiungere le colleghe che avevano fatto il turno di notte.

Una forzatura del presidio era nell’aria, e tutta una serie di pressioni psicologiche ha preceduto questo momento.

Nonostante le intimidazioni il cancello si è aperto solo per far entrare uno dei Sarchi (come proprietario ne aveva il diritto), ma la sua visita non era certo per noi, rivolgendosi ai carabinieri che lo scortavano ci teneva a dire loro che era lì “per svolgere un lavoro!” cioè fotografare il sito “con le terroriste” che gli dormono in sala mensa! Un suo diritto dunque controllare che non fosse stato toccato nulla! del resto quando ti entra la gente in casa!

Certo bisognerebbe chiedergli che cosa significa per lui la parola “furto” oppure “appropriazione indebita in busta paga” cioè quel termine giuridico che sta ad indicare quando un datore trattiene ad esempio la quota personale versata al fondo integrativo di comparto senza girarla al fondo! certo sembra astruso come reato! ma per farla semplice sta a significare che si è intascato i soldi della pensione integrativa, che come suggerisce il ternime “integra” la misera pensione che percepiremo in vecchiaia! posto che l’inps esisterà ancora!

Certo è solo un punto di vista diverso dal nostro! Ma verebbe logico domandarsi, cos’è diventata la legalità in questo Paese?

e ancora, cosa da a queste persone la sincera convizione di essere nel giusto solo perchè la legge lo permette?

Lo stabile della tacconi sud 4000 metri quadri di capannone interamente pagato con i soldi della cassa del Mezzogiorno, è l’ennesima dimostrazione che tutto quello che c’è in Italia in termini di lavoro è pagato con il lavoro!

Altro che investimenti d’impresa! questa gente con la “fabbrichetta” al Nord e in Romania e chissà in quale altro posto, lascia nudo il nostro territorio due volte! nudo,affamato e solo!

Quindi alla luce della diversa interpretazione di ciò che è “bene” e di ciò che è “male” sembra esserci solo un diverso punto di vista un “margine” di interpretazione!

Ma le 29 operaie della Tacconi Sud non hanno smarrito il principio del discernimento, lo conservano integro.

La forza mostrata nel non far uscire niente dal cancello, senza che il nostro datore si sieda a spiegarci se ritiene o no normale essere scortato dai carabinieri per entrare in casa sua, come se entrando avessimo opposto resistenza. Di quali armi aveva paura? Dei nostri occhi? Poteva restare ferito dai nostri sguardi?

Chissà se riuscirebbe a rispondere a queste domande.

A noi è parso chiaro da che parte stare, così come abbiamo chiaro cosa sia il “bene” e cosa “male”.

Nell’esercizio del discernimento si procede valutando oggettivamente e senza mistificazioni, quella che è la realtà, il principo che governa è quello della ragione… e in ultima istanza la dignità e la buona fede.

Di quali doti morali si possa fare a meno bisognerebbe domandarlo al diretto interessato, visto che certi valori possono divenire per alcuni meri punti di vista.

Il presidio continua…

 

Rosa Giancola

 

 

Strip tease dei diritti #1

 

Nota a margine: offrendo questa visibilità compiamo un gesto umano anti-solitudine. In queste vicende il vero nemico è il silenzio, quell’indifferenza che ci trascina a vivere i giorni come miopi formiche operaie, destinate ad essere sfrattate dalla catena alimentare di montaggio. Anche le operarie, nel loro piccolo, s’incazzano.

Pubblicheremo nei prossimi giorni delle note di una vicenda praticamente quasi sconosciuta. Qui un link per approfondire.

20-01-2011

Mi chiamo Rosa Giancola , sono un’ operaia della Tacconi Sud.

Questa è la seconda notte di presidio all’interno della fabbrica. La prima è passata in bianco con lo sguardo sempre verso il cancello per paura di uno sgombero con la forza. Insieme a me le colleghe, qualcuna parla con il figlio più piccolo, e solo come una mamma sa fare spiega a quest’ultimo il perché  “la mamma non dorme a casa stanotte”. Si salutano dandosi il  bacio della buonanotte per telefono.

Non avevamo mai ascoltato la nostra fabbrica di notte; un silenzio irreale avvolge il luogo dove ogni giorno per 19 anni abbiamo lavorato e condiviso le nostre vite. Siamo qui nella speranza che questo gesto pieghi  l’incuranza e la strafottenza del nostro datore di lavoro ai suoi doveri  di persona per bene! Siamo quì nella speranza di non essere dimenticate! Per ricordare a tutti che le donne in questo Paese non sono soltanto escort e veline! Per ribadire a tutti gli economisti, se ce ne fosse bisogno, che il reddito familiare italiano si regge anche sull’enorme sacrificio che ogni donna  in silenzio dona al PIL di questo Paese e non in mirabili e soddisfacenti professioni! Ma in lavori pesanti e spesso dimenticati.

Le donne che lavorano, quale posto occupano nel sentire comune?è difficile rispondere , a noi sembra di essere solo l’ennesima storia di “futura disoccupazione”, e in fondo ci rendiamo conto che quando è una donna a perdere il lavoro, questa perdita è avvertita come una “perdita minore”, di fronte a tanti “padri di famiglia” che restano disoccupati, in fondo le donne possono  arrangiarsi, legate al destino delle “scelte femminili ”. Perché una donna “sceglie di lavorare” diversamente da chi ne ha diritto a  prescindere.

Riflessioni notturne le mie, mentre penso se riusciremo a resistere, se e per quanto tempo non  sarà stato inutile tutto  questo.

Affido queste righe a  fb, che dedico soprattutto alle mie colleghe.

 

Rosa Giancola

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