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Ed esser soli in compagnia.

L’uomo è solo.

Amara quanto vera consapevolezza delle nostre vite.

Ma cosa succede quando comprende questa inevitabile realtà?

Da bambini impariamo che la nostra famiglia è la nostra ancora nel mondo, il luogo in cui mai saremo soli, quello in cui qualcuno ci nutre, ci coccola ci ama incondizionatamente, siamo gli incontrastati imperatori di questo nostro mondo o, almeno, lo crediamo…

Si, perché quello stesso mondo è composto da altre persone ognuna delle quali sente il nostro stesso senso di onnipotenza! E tutti, ignari delle sensazioni altrui, continuiamo ad esercitare il nostro augusteo dominio su quel mondo. Creiamo, inconsapevolmente, faide all’interno della nostra stessa cerchia! Idi di marzo nel micromondo che ci rendono già soli come individui, ma che possono renderci degli appetibili alleati o dei terribili nemici.

Tanto per insinuare il dubbio negli animi più “cattoconvintila famiglia è la più geniale forma di contratto sociale istituita dall’uomo. Un numero definito e preordinato di esseri umani, costretti a vivere sotto lo stesso tetto legati da vincoli genetici (Orwell sia con voi) che, in qualche modo, nel corso dei millenni si sono tramutati in forme affettive volte alla conservazione della specie…ed ecco qui, sciorinati l’amore, l’affetto, il bisogno come elementi costitutivi del rapporto umano….e non come semplici necessità biologiche volte alla sopravvivenza.

Ed arriva il momento in cui biologicamente sentiamo l’esigenza di creare la nostra famiglia il nostro piccolo personale impero in cui poter governare incontrastati, ignari delle lotta al potere intestina che si insinua nel nostro regno e restiamo sempre e comunque convinti della nostra invincibilità.

Noi sappiamo di amare la persona con cui abbiamo scelto (?) di condividere il nostro impero, noi  sappiamo che la nostra prole è la nostra ragione di vita (Madri! Ammettete di essere frustrate non vi condannerò per questo) ma non sappiamo che, eliminate le convenzioni sociali, siamo comunque soli con noi stessi ed il nostro cervello…o meglio, con quella parte del nostro cervello che vorrebbe farci uccidere nostra madre, o tradire il nostro compagno con l’idraulico o sgozzare il tizio che non si è fermato allo stop poco fa…insomma con quello che si può chiamare demone interiore ma che io preferisco chiamare la MetaMe .

E quando ti trovi faccia a faccia con il tuo MetaMe ti rendi conto di essere completamente disarmato, solo, inerme. Nessuno ti ha mai spiegato come combatterTI, nessuno ti ha mai detto che possono esserci un numero indefinito di Me che tentano di prendere il sopravvento, lottavi per avere il tuo posto nel tuo micromondo, ma non ti accorgi che dovresti avere un mondo nel tuo Me . E ti rendi conto che da solo non puoi farlo.

No, non è una bandiera bianca questa.

Un bravo condottiero sa che per combattere ha bisogno di un esercito.

Hai bisogno del tuo esercito. Dei soldati. Del tuo secondo. Dei tuoi vessilli.

Forse è questo il vero senso della famiglia . Un esercito con un obiettivo.

Male che vada cadrete in guerra.

E nessuno si ricorderà di voi.

Laetitia

Nobel all’Italiana

Avere un Nobel in famiglia deve essere scomodo.

“Tuo zio è un Nobel.”

“Oh, il papà di quello è premio Nobel!”

“Suo nonno è un Nobel!”

“E che minchia è un Nobel?” – Bertu si aggiustò il basco, masticò l’ultimo pezzo di tabacco e poi lo sputò via. Uno sputo nerastro sulla terra vergine battuta dal sole siculo del meridio.

“Te lo danno macari a tia, se sei bravo in quarchi arti.” – gli rispose Fofò.

“Io a moriri sono bravo.” – gli rispose Bertu.

I nobel non li danno ai Gattopardi.

Il pacifismo: una strana malattia.

Vi siete appena fatti un cannone.

Avete posato la vostra kefiah all’attaccapanni, avete controllato che anche oggi non vi siano elementi estranei alla vostra alimentazione vegana, per essere in pace con il mondo animale, avete inavvertitamente ucciso una zanzara che vi stava succhiando il sangue e per questo sacrilegio avete pregato il Dio delle Tartine Volanti d’Oriente di non farvi rinascere moscerino nella prossima vita.

Avete sbirciato i soliti siti di controinformazione, con fare sospirante avete ponderato che questo è un mondo cieco di fronte al Grande Fratello che ormai ci governa tutti (perdonaci Padre Orwell!), avete anche dato un’occhiata si siti complottisti, uno sguardo veloce alla Cabala che giocare i numeri al lotto non fa mai male e per finire gli ultimi aggiornamenti in fatto di avvistamenti UFO.

Poi, ecco, l’articolo scandalo sul quale trollare a go-go: “Il pacifismo: una strana malattia.” Un attimo…come si chiama il blog? “Vongole & Merluzzi” C’era da sospettarlo! Non abbiamo compagni tra i pescatori, quelli pensano solo al loro dannato pesce e se ne fregano se le balene muoiono!

Ma perché affaticarsi a leggere ancora? Il cannone sta già facendo i suoi effetti…

Forse ribadisco l’ovvio, ma in un mondo dove il buonismo è diventata la forma estrema della violenza silenziosa, supportato da una massiccia dose di populismo, io mi schiero contro gli -ismi, quali che siano.

Contro i fascismi di ogni genere, contro i nazismi, contro gli impellenti ugualitarismi.

Mi schiero contro le tesi prive di fondamento argomentativo. Mi schiero contro la “necessità del confronto” a tutti i costi per riempire le poltrone sempre più impolverate dei talk show nuovamente arrivati, come ogni autunno alle porte. Mi schiero contro le porte scardinate. C’è sempre un motivo se abbiamo costruito delle porte. E il motivo consiste nel bussare, nella libera scelta di sbarrarle o di aprirle. è davanti a queste questioni che la Storia diventa cruciale. E abbiamo la responsabilità di decidere. Ecco perché mi schiero anche contro l'”ovvio”.

Leggo cose come “superamento delle logiche di profitto”. E perché mai? Cosa c’è di così sbagliato in Smith, in Hobbes?

Leggo cose come “smilitarizzazione e pace”? E perché mai? Si vis pacem para bellum. Sempre e comunque. Questa “pace” va difesa. E c’è un solo modo per difendere la pace. Attraverso il dialogo, il compromesso ragionevole raggiunto da Statisti.

Queste sono le questioni che ci definiscono, e che definiranno il futuro. Mi sedetti dalla parte del torto, perché i posti della “ragione” erano tutti occupati. Da bandiere color arcobaleno.

N.B.: per fare questo articolo nessun “hippy” è stato maltrattato.

X agosto

Man muss noch Chaos in sich haben, um einen tanzenden Stern gebären zu können.

Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante.

Nietzsche

Spesso mi sono sentito osservato. Ma non dalle persone. Le persone sono fenomeni transitori. Quasi tutte le persone che ho conosciuto non erano altro che una nebulosa di paure, di appigli, di precaria e futile vanità. No, non erano le persone ad osservarmi, esse sono perlopiù distratte e a malapena scorgono la propria anima. Spesso mi sono sentito osservato. Da lontano. Da imperscrutabili mondi, da occhi luminosi che appartenevano ad altre vite, ad un’altra era passata. È così che sono apparso agli aruspici etruschi, agli astrologhi indiani delle americhe, ai celtici druidi. Mi hanno richiamato ad essere feroce testimonianza del loro distante presente, così lontano eppure così aderente.

Allora, istintivamente, ho alzato gli occhi al cielo. E le ho viste. Le stelle. Questi solinghi punti luminosi che hanno ispirato i versi più aulici o le più banali dediche, questi ammassi di idrogeno ed elio, questi nuclei celesti che brillano di luce propria, questi eremiti camminatori degli astri, sacerdoti silenziosi di sacrifici, di assassinii, di baci, di promesse e di tradimenti. Sempre la regina Cassiopea scruta il suo regno, le silenti sorelle Pleiadi paurose del mostro chiamato Amore, le rivoltose estive Perseidi, incallite terroriste, bombardiere della luce, il carro maggiore per trasportare più alto il fardello dei fallimenti.

E ogni tanto, come in questa notte, qualcuna ne cade e gli esseri umani, per tradizione, esprimono un desiderio. Perché è più comodo, da sempre, esprimere desideri, riporre speranza, delegare al vasto cielo il brutale segno delle passioni taciute. Ma questo cielo lacrima. Lacrima per uomini così deboli, incapaci di afferrare il verbo di Nietzsche. Lacrima per questo infinito oceano umano, troppo umano per non soccombere su se stesso. Lacrima per miopi scrutatori che non conoscono della strage che si consuma nei propri cuori.

Non abbiate speranze, abbiate progetti. Non delegate desideri, realizzateli. Non perseguite la vana gloria, ma il vero senso che è uno solo: un sogno di pace, di uguaglianza, di amore. C’è una sola battaglia cruenta ed è quella che si sta consumando dentro il vostro cuore e nelle anguste infinite pareti della vostra anima, adesso, in questo preciso istante. Combattete.

Ho un solo desiderio questa sera: non voglio vedere stelle cadenti, ma stelle che sorgono. Quindi alzatevi, e sorgete.

 

Postilla: questo brano è stato letto il 10 agosto 2014 in occasione di un reading dei Cardiopoetica, collettivo letterario italiano di poeti. 

Komandamenti a Kaso

 

Komandamento numero 3 (gli altri due possiamo saltarli, che tanto non li chiedono mai all’esame): Se ti trovi alle ultime file di un concerto, non pogare.

4: Facebook è una malattia, ammalarsi ogni tanto fa bene aiuta a sviluppare le difese immunitarie, ma ogni tanto!

5: la gente non si droga più come una volta perché è diventata choosy, allora tu scegli di dipendere soltanto da te stesso

6: se oggi ti girano i coglioni, approfittane: fatti un frullato

7: se sei napoletano ma lavori al nord, non lasciare che ti chiamino EXPOsito!

8: quando ti fai una doccia, guardati, sei un’opera d’arte e puoi ammirarti gratis. Digli questo a chi vuole riformare i Musei!

9: vai alle assemblee di condominio e dì che hai peccato, che nel tuo appartamento c’è un albero di mele per farci passare in mezzo la tav!

10: questo dovrebbe essere il gran finale, ma io ti dico: sii il tuo inizio. E non finire.

 

Dove sei Stato?

Manifestano. Manifestano. Manifestano da più di un secolo.

Io me ne sto alla finestra. Aspetto, sono un Gattopardo. So come vanno a finire certe cose. L’amore inizia che è una monarchia costituzionale, lei la Regina, tu il Re. Tutto il Regno vi adora. Siete la coppia perfetta, sorrisi per la stampa, cerimonie per i diplomatici, battute pronte per tutti gli altri capi di stato che invidiano questa felicità interna lorda. Ah, quando eravamo re…!

Ma i sudditi finiscono sempre per manifestare un malcontento. Allora tu mi hai detto che volevi il suffragio nuziale, camera per due, cabina elettorale in comune, il voto uguale per tutti e poi avere la maggioranza di te nel parlamento del cuore e, quando non mi rispondi agli sms, chiedere la fiducia, minacciare la crisi del governo, arroccare vecchie alleanze. Dicono che non c’è governo in amore, ma cinquant’anni di democrazia sessuale come li chiami? Sempre le stesse tradizionali posizioni: chi è in minoranza finisce con il voler fare compromessi. Ah, quando eravamo re!

E poi ecco, le stragi a letto, i segreti sullo stato delle nostre lenzuola, che coprivano corpi inerti, dopo così poco amore, dopo così troppo amore. Allora ricominciano a manifestare. E io e te, e te ed io, che diventiamo comunisti, un po’ per moda, un po’ per voglia, un po’ per dovere sociale: okkupazione della camera da letto, okkupazione del divano, okkupazione del bagno, okkupazione della lavatrice. Mi viene il dubbio che quando abbiamo mollato tutte queste occupazioni, siamo stati noi i responsabili della disoccupazione. Tutti disoccupati dall’amore, con tanto tempo libero. Qualcuno manifesta ancora, te la butta in caciara: amore globalizzato, amore consumistico, amore no global, amore ecologico. Ma io e te no, mai. Io e te siamo stati Re, e siamo stati schiavi, siamo stati anarchici e siamo stati governati.

C’è un solo Dittatore, e si chiama Solitudine: ecco, manifestano perché si sentono soli. Senza di te mi sento un clandestino in libera fuga sul suolo del cuore.

Dove sei? Dove sei STATO?

Ah, senti mi è venuta in mente una cosa nuova…Facciamo un Impero che dici? Fanculo alla democrazia, governiamoli tutti, diamo loro una storia d’amore imperiale. D’altronde è così che muore la Repubblica: tra scroscianti orgasmi.

Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

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