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Del trascurare, dello spam, del pop e di altre felicitazioni

 

Ultimamente, amici lettori, potreste sentirvi un po’ trascurati dall’incedere meno ritmico dei post ittici del blog.

Niente panico!

Al giorno d’oggi c’è un’agenzia per tutto!

Rimbalzando tra meteore di impegni e di idee, pensavo che bisognerebbe aprire un’agenzia di like e commenti.

Soluzioni di spam personalizzate per il cliente. “Andy Warhol diceva che ciascuno nel futuro avrebbe avuto 15 minuti di notorietà. Noi ve ne daremo una vita”.

Casa Bianca & polemiche! Casa Pop!

La nuova frontiera del marketing.

SpamGlob: alienati dall’umanità, globalizzati.

In fondo l’umanità fa marketing da una vita: persino i nostri antenati di Altamira pubblicizzavano la propria caccia al bisonte.

Tutto è preistoria, la storia è soltanto un sogno.

C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

Un giorno, un anno

Questo testo è stato costruito attingendo a titoli di canzoni più o meno famose, più o meno note, una per ogni nome di un mese.

Chi le riconosce?

Svegliami a settembre, dolcezza, e so già che sarai troppo forte per permettermi di lasciarmi andare quando sarà ottobre, così aspetteremo insieme la pioggia di novembre che cadrà sui sentieri come la neve che ci riporterà indietro a dicembre per fare, stavolta sul serio, le cose che andrebbero fatte, come non lasciar morire le rose e capire che non si è liberi da soli. Così gennaio ci proteggerà con la sua nebbia sul Tyne, mentre leggeremo una copia del Time ancora da stampare per capire se ci sarà un futuro per i nostri figli, che arrivino almeno a un febbraio di stelle appese a fiutare la notte che incombe sui giardini di marzo, per un’ultima volta prima che il sole più crudele venga con te, Aprile. Maggio è già un record se siamo arrivati fin qui insieme, giugno durerà soltanto sette giorni, perché ci servirà luglio per seccare le lacrime, quelle gelate e quelle ancora da scendere quando una domenica d’agosto ti dirò che è già passato un anno, e siamo ancora qui.

Bilanci.

E niente.
Quando arriva l’ultimo dell’anno, pure se sei anticonformista, pure se non te ne frega un cacchio di metterti le mutande rosse e farti saltare in aria con i botti made in china, pure se lo zampone te fa schifo e le lenticchie te le magni tutti i giorni perchè sei vegetariana, pure se carlo conti che presenta il concertone del 31 dicembre ti getta nello sconforto più totale, pure con tutto questo, comunque non puoi sottrarti all’istinto di fare il bilancio di questi ultimi dodici mesi che ti stai lasciando alle spalle, nonchè di elaborare qualche misero buon proposito per la prossima dozzina in arrivo “sui-vostri-schermi-anzi-on-streaming“.

E quindi la prendo con filosofia e faccio finta che sia una specie di giorno del ringraziamento in cui appunto dico grazie per tutto quello che ho avuto in regalo e per quello che mi sono guadagnata con la fatica e le batoste. Ringrazio per le nuove persone che inaspettatamente mi ritrovo accanto (tutte) e che hanno reso la mia vita più piena e più bella, semplicemente; ma ringrazio anche per le persone che ho ancora vicino, come ieri, come domani, come sempre, perchè banalmente sono le uniche certezze in questo mondo incasinato e sconclusionato, che ho ancora l’ingenuità di poter cambiare un giorno. Ringrazio pure per quei momenti che mi hanno lasciato col culo per terra, perchè ora non mi faccio più fregare, e ringrazio per quei momenti che invece mi hanno sparato nell’iperspazio tipo shuttle ai tempi d’oro, perchè sono stati una gran figata e se ci penso ancora mi emoziono.
E alla fine, tanto per non scordare nessuno, ringrazio me stessa, perchè anche se sono il primo ostacolo al mio equilibrio e alla mia serenità, senza di me non potrei stare. E meno male che mi sono ritrovata anche quest’anno. Perchè sapete, penso che ci perdiamo più spesso di quanto crediamo e allora è sempre bene farle queste riflessioni di fine anno, anche se sono una rottura di palle per noi che scriviamo e per voi che leggete, perchè ci fanno sentire comunque salvi. Salvi come quando siamo alla fermata ed è buio e piove e fa freddo e stiamo per perdere le speranze di tornare a casa ma alla fine l’autobus spunta in lontananza e tiriamo un sospiro di sollievo. Montiamo su e partiamo e ci scordiamo dove stavamo andando, perchè alla fine chissenefrega, l’importante è andare.

Buon anno a tutti miei cari.
Le mutande rosse lasciamole a carlo conti però.

Buon Anno Vecchio

adesso cosa ho guadagnato?
adesso voglio esser pagato!

…Stipendiato!!!

Komandante Vasco Rossi

E buon anno, sì.

Buon anno. Ma non “buon anno nuovo”, no. Sarebbe troppo facile scommettere sul futuro, che poi è come scommettere sul niente. Buon anno vecchio! Ecco, io voglio davvero augurarvi che ciò che vi lasciate alle spalle sia di buona qualità. Buon anno vecchio allora! Con tutte le cose che non sono da buttare via, che alla fine scopri che non c’è mai niente da buttare via. Buon anno vecchio, con i vecchi amici di sempre, i soliti nemici e gli antichi demoni che ti fanno compagnia da quando sei nato. Con i vecchi baci, che hanno il sapore della saliva che non è di nessuno, ma è un po’ di tutte quelle labbra alle quali l’hai rubata. I vecchi libri, quelli letti, quelli lasciati a prendere polvere, quelli che non leggerai mai come tutti quegli occhi incontrati per strada e lasciati andar via a inseguire qualche chimera più vecchia ancora. Le vecchie illusioni messe da parte in qualche scatolone come giocattoli che ci hanno insegnato la guerra. E tutto quel fiume di parole, quelle urlate, quelle strascicate, quelle venute su per la gola sempre troppo tardi. I vecchi sogni perduti come i coiti interrotti in stanze d’albergo ad ore. I “ti amo”, che non invecchiano mai, certe rughe lunghe come autostrade che portano ai caselli di una vita in libera uscita sulla Salerno-Reggio Calabria, millenaria come i cantieri pieni di speranze precarie per un passato che avrebbero voluto migliore. E le vecchie carte, quelle unte di kebab consumati ai confini dell’Europa e quelle annerite dall’inchiostro di tutti i poeti che hanno tentato di cantarti. Vecchia umanità che cambiando qualcosa s’illude di cambiare tutto, ma ancora si perde dietro un mito antico: la felicità. Vecchio come Dio che a furia di essere Dio, sembra perfetto, ma tiene nel taschino un po’ di tabacco, un’armonica e un carillon da far girare a suo piacimento. Vecchia questa luna, questi versi che fuggono via da me e da te, questa pioggia che diventa una pozzanghera ai nostri piedi che hanno camminato sulle acque, sui mari e sui cieli.

Buon anno vecchio, così solito e così nuovo, così sfuggente e così eterno.

Artisticamente Sfigata

Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.

cit. 3monti

- “Buongiorno scusi, dovrei rinnovare il documento d’identità”

- “Va bene signorina, allora qui i dati essenziali mi sembra non siano cambiati, altezza peso, tutto a posto….ah, ecco! Alla voce lavoro che mettiamo?”

- “Ehm….mettiamo….artista?”

- “Artista? E che lavoro sarebbe l’artista scusi?

- “Artista…nel senso che….scrivo!”

- “Scrive, e per quale giornale scrive scusi?”-

- “No, nessuno non sono giornalista”-

- “Allora scrive per i programmi in televisione? Sa quelli delle telenovele tipo, oppure per i talk show?”

- “No, nulla di tutto questo, scrivo per un blog”

Il lavoro e il blog sono…vintage!

- “Ah! E che scrittrice sarebbe scusi? Cioè, è mai andata in televisione, sa i i talent show li cercano gli artisti!”

- “No, mi dispiace, nessun talent show”

- “Ma, almeno, ce l’ha un fidanzato famoso per farsi fotografare sulle riviste scusi? Così poi scrive il libro che è stata con lui e la comprano!”

- “No, nessun fidanzato famoso!”

- “Allora ci va alle feste quelle importanti, così si fa notare dalle persone giuste?”

- “Ehm….no… io non le conosco le persone giuste…mi dispiace….”

- “Ma secondo me lei non ce l’ha la faccia da artista però signorì, cioè, è tanto carina ma l’artista deve essere visibile, un po’ pazzo no? Mi capisce vero? Lei è così normale!!! Ora lo chiediamo pure alla mia collega, Carmela!!!!! vieni un attimo!!! Ma secondo te sta signorina qui no, ce l’ha la faccia da artista?”

- “Artista? Ma artista tipo quella Emma?”

- “No, la signora scrive!”

- “Ah, ma tipo quello tanto carino….come si chiama…Solo? Zolo? Nolo? O quello che ci fanno i film al cinema poi, che piango tanto quando vedo i film…come si chiama….Noccia? Coccia? Boccia?”

- “No, no, la signorina scrive sul blog”

- “E che è il blog???”

- “Boh, e che è il blog signorì???”

- “E’ uno spazio che si trova su internet dove io ed altre persone scriviamo di quello che ci va, quando ci va, senza regole di mercato o di giudizi critici”

- “Ah, ma quindi lei non è famosa signorì!!! E io pensavo che era una famosa che m’hai chiamato a fa qui! M’hai fatto perde tempo Antò!”

- “ Va bene signorì, mi sta facendo perdere tempo anche a me, tra un po’ c’è la pausa caffè, a me lei più che un artista mi sembra una sfigata!!!! Che ci vogliamo mettere a questa benedetta voce lavoro?”

- “……metta…..Artisticamente sfigata?”-

- “Ecco si, mi sembra più appropriato per lei! Lavoro: Artisticamente Sfigata. Timbro. Ed ecco fatto! Arrivederci signorì, spero che trovi presto un lavoro vero e si sistemi, che è tanto carina! Arrivederci!”

- “Arrivederci”

E me ne andai, con una nuova consapevolezza…almeno per i prossimi quattro anni….

Laetitia

#iostoconlaragione

Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema… Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicità?

Allora, voglio fare anch’io la mia riflessione. So che non si inizia con allora, ma lo dico per tirare le fila di cosa sta accadendo nella nostra Italietta in una discussion infinita tra “metodo stamina” e la discussione sulla sperimentazione animale e i limiti etici. Credo che, ancora una volta, sia l’ignoranza che vinca: non piuttosto una verità condivisa da una maggioranza, ma si tratta di minoranze organizzate e agguerrite che polarizzano il resto. Per cui la verità di tante storie, di tanti aspetti si perdono inevitabilmente nella grande marea umana.

Non sto dicendo chiaramente di fidarsi delle case farmaceutiche, né tantomeno lasciarsi trasportare dall’onda forconista.

È diventata, ancora una volta, una battaglia tra tifosi, tra volontà di potenza, in un viralismo emozionale passato attraverso reti orizzontali.  I messaggi di #iostoconcaterina ne sono un’evidenza. Si perde la causa e si pensa al feticcio. Come una volta, quando il popolo passava parola, tra un quartiere e l’altro e la rivolta si alimentava, grande. Senza comprendere il perché, senza comprendere le ragioni: come anche questa volta non si tratta dunque di animali, ma di idolatria, di sentimenti irrazionali arrivati fino al disprezzo degli umani nei confronti degli animali.

Ecco, per un attimo vedo gli X-men, in un momento di enorme decadenza e vuoto culturale. La fiducia incondizionata verso Vannoni, per esempio, è il nuovo sostituto della religione: è il sentimento anti. Anti-casta, anti-sistema, anti-establishment, anti-cultura. È il forcone che grida la ricerca della speranza. Vannoni sarebbe il guru, quello fuori dal sistema, vittima, simbolo degli oppressi. E, nello stesso tempo, l’adorazione quasi sacrale degli animali va ad occupare un vuoto, quello ideologico, che grida al sabotaggio, che si erge contro la distruzione prodotta dall’Occidente.

Ma in questo amalgama di forze, sentimenti, rabbia, non si tratta di discernere chi abbia o no ragione. Non siamo qui per questo. Il diritto all’autodeterminazione delle idee che entrambe le parti invocano rimane nel dubbio, in un paese come l’Italia in cui le rivolte esistite sono state semplici fiammate, soprattutto per la presenza di indici di scolarizzazione avanzata estremamente bassi. Ciò che mi viene in mente è dubitare quanta capacità democratica abbia la nostra comunità.

Non sto dicendo che sono a favore dello status quo, ma da persona di sinistra mi trovo perso, per un attimo, nel non poter dar fiducia alle masse. Sono combattuto nel credere alle istanze di giustizia sociale e, nello stesso tempo, tradito dalla massa stessa (vedi esempi come le dittature coscientemente appoggiate dalle masse o il fenomeno del berlusconismo).

Una sorta di giacobinismo della rete sociale online, per giocare, dalla casella iniziale, con il monopoli della storia.

Merry Instagram!

La luccicanza è una danza

che si balla sotto dipendenza

La crisi ha colpito ogni settore delle nostre vite quotidiane, compresa la tanto amata festa di Natale. C’è chi regala solo cose utili, chi si affida al “durante i saldi ti compro qualcosa che ti serve” e chi non può prescindere dalla propria vena artistica neanche per le festività natalizie.

L’estate ci ha abituati a vedere bikini e fisici mozzafiato su sfondi hawaiani nitidi ed intensi, ed ora vediamo alberi scintillanti cappellini rossi e palline multicolori su sfondi dorati.

E’ la magia di Instagram.

Fotografo, ergo sum.

 

Perché ammirare un quadro d’autore in un museo, quando si può fotografare la pallina più dorata del proprio albero, su sfondo anticato possibilmente?

Perché apprezzare fotografi di fama mondiale, quando si possono portare i propri cani in spiaggia la vigilia di Natale, far indossare loro il proprio cappellino natalizio e fotografarli con rigorosa luce effetto tramonto?

Perché incontrare i propri amici e divertirsi insieme durante le feste come facevano i nostri avi, quando si può mandar loro la propria foto davanti al camino, con aggiunta di elegantissime decorazioni tipo vischio pungitopo e quant’altro sia natalizio per antonomasia?

E cosa dire dei bellissimi cenoni fotografati con dovizia di particolari tipo contrasto colore pietanza\vassoio di presentazione? Magari poi fa schifo, ma non importa…è instagram!

Starbucks, crostate della nonna e palle: i soggetti preferiti da Instagram sotto Natale.

Instagram è un bellissimo mondo fatto di felicità, feste, divertimento, colori e luccicanza ( …si, ho scritto proprio luccicanza… ) non vale la pena vivere la realtà, quella fatta di alberi di Natale vecchi di trent’anni, palline scolorite dal tempo e dall’umidità delle cantine, dalle tradizioni culinarie delle proprie famiglie e dei propri paesi, dall’incontrare gli amici al freddo e con 5 kg in più guadagnati in tre giorni e parenti che ti regalano oggetti improbabili che non userai mai ma che aspettano il tuo grazie infinito ed eterno.

Instagram è un film di Natale in stile Vanzina eternamente a portata di click, e allora indossiamo i nostri cappelli, i nostri sorrisi ed il nostro spumante da tre euro e cinquanta dell’Eurospin ed instagrammiamo un bellissimo e luccicante Natale, instagrammiamo noi stessi , la nostra vita, la nostra realtà, il nostro Natale.

A Natale però, alziamo gli occhi dal nostro telefono e guardiamo in faccia chi amiamo, senza instagram….almeno a Natale.

Tanti Instagrammauguri a tutti voi!

Laetitia

Pandoro o Panettone? Amleto 2.0

Il panettone non esiste.

Persino Lee Harvey Oswald potrebbe aver avuto un attimo di esitazione, nei recessi più bui dell’inconscio, un attimo prima di sparare al 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, JFK. Poi ha scelto, e la storia ha fatto il suo corso.

Si tratta sempre di scegliere.

Mutande o boxer, reggiseno o top, cioccolato al latte o fondente, panettone o pandoro?

C’è un piccolo Amleto dentro ognuno di noi, e ogni giornata è scandita dal sacro velo del bivio. Ogni scelta è tragica.

E non è mai l’ultima. Ammesso che abbiate scelto il panettone, poi avrete “Uvetta e canditi” o solo “Uvetta”? Prendete “Uvetta”, e lì “Riscaldato al forno” o “servito già freddo”?

E così via.

La scelta non è un lusso, come vogliono farci credere, ma una condanna. E ogni scelta è destinata a fare la differenza.

O forse no.

Lasciateci Humani

Lasciateci umani. Voi che dite di aver visto dio ai confini dell’universo, voi che collezionate denti ultra bianchi nelle scatole di Instagram, privi di Gramsci.

Lasciateci umani, mentre percorrete i corridoi frenetici della celebrità, voi che credete di bruciare, perché qualcuno vi ha detto che somigliate a Lady Gaga. Lasciateci umani, voi che siete presenti alla prima comunione, ma non comunicate più da tempo, voi che siete gli ultimi predicatori della fine del mondo, e invece questo mondo non finisce, voi che non mancate un augurio, una cresima, un matrimonio, un divorzio.

Lasciateci umani, voi scimmie che giocano la schedina della propria squadra del cuore, voi che lo idealizzate il cuore, ma che non votate più per nessun ideale.

Lasciateci umani, voi che sognate una vita da Barbie e Ken, voi che al posto dell’Iliade avete i Pokemon. Lasciateci umani, voi che avete dimenticato ebrei, indiani, rom, minoranze. Lasciateci umani, voi che votate ancora per un partito, ma non trovate il coraggio di partire per nuove destinazioni. Lasciateci umani, voi che avete il bisogno di essere gli animali domestici di un leader.

Lasciateci umani: non credo più nel vostro pentimento, nel vostro doppio mento. Lasciateci umani, voi che non distinguete più un uomo da un maiale, un giusto da un fascista. Lasciateci umani, voi che condividete foto, video, pose, ma non condividete ciò che non potrete mai avere: l’essere.

Lasciateci umani, voi che esaltate il poeta civile, il cane civile, il cittadino civile. Lasciateci umani, non le vogliamo le vostre aiuole di martiri ed eroi.

Noi non saremo come voi. Noi siamo ciò che non siamo.

Lasciateci umani. Lasciateci soli.

C’è chi viaggia, e c’è chi spiaggia (Era agosto, ma lo sarà ancora!)

“L’importante non è la meta da raggiungere, ma il viaggio che si fa per raggiungerla”

[cit. una qualche frase facebookiana a caso, attribuita a qualcuno a caso].

In un mondo in cui il viaggio interiore, la ricerca dell’io il valore del sé ha la stessa valenza del condividere la foto di una spiaggia tropicale su un social network, credo  sia necessario ricordare che il viaggio interiore dovrebbe avere come fine ultimo la “casa” omeriana tanto screditata nel nuovo millennio; il viaggio finalizzato all’ignoto porta un dispendio energetico ed un’inclinazione alla casualità decisamente poco proficua per l’obiettivo “meta” prendiamo un esempio pratico:

Una mattina mi alzo, decido di intraprendere un viaggio, mi reco all’aeroporto mi fermo davanti la biglietteria ed il gentile impiegato mi chiede per quale località intendo fare il mio biglietto.

Ora io, preda della voglia del viaggio, non so quale possa essere la mia destinazione,  voglio solo salire su un dannatissimo aereo.

Giustamente mi sentirò replicare che ciò non è possibile devo necessariamente fornire un’indicazione perché, in base alla meta, i costi del viaggio sono variabili. Se, ad esempio, scelgo una meta lontana il viaggio sarà lungo, l’aereo più grande, il carburante sarà di più, il personale coinvolto idem, ergo, il costo del mio biglietto sarà proporzionato al tipo di viaggio intrapreso.

 Questo ragionamento, intuitivamente molto logico, dovrebbe essere effettuato per i cosiddetti “viaggi interiori” che tanto affollano le nostre bacheche. Non si può intraprendere un viaggio interiore prescindendo dalla meta, se non si sa dove si vuole andare, come si può sapere come andare, quali strategie attuare, quanta energia accumulare e quali tipi di sacrifici contro la propria volontà attuare?

Step by step, book by book

Ovviamente, la risposta alla mancanza di mete nei percorsi interiori è, ahimè, piuttosto semplice: una volta raggiunta quella meta, una volta raggiunta la “casa” che faccio? Spiaggio? Mi creo un’altra meta? Continuerò infinitamente questa faticosa ed incessante ricerca?

La risposta è  inevitabilmente si!

Sì.

Un viaggio che tende ad infinito è esso stesso una meta.

Un viaggio in cui la meta procede step by step è un adattamento ad una inevitabile e fastidiosa inclinazione dell’essere umano.

La casualità del viaggio porta a ritrovarsi in luoghi assolutamente improficui, con conseguente dispendio energetico ed allungamento dell’infinito.

Tutto ciò per dire… Abbiate pietà di una povera anima che, ad Agosto, con 45°C percepiti, ed un tasso di umidità pari a quello dell’Amazzonia, sta a casa davanti al computer… per scelta….perché il mio ennesimo viaggio prevede anche questo.

Laetitia

Scritto ad agosto e, come tutte le cose scritte ad agosto, un sempreverde come il baobab.

Forchette o Forconi?

E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa crocifisso con forchette che si usano a cena

Coda di Lupo, De André

Ho sempre pensato che la Storia non fosse qualcosa di eclatante.

Sì ci sono degli episodi che ricordiamo tutti perfettamente o che assurgono a diventare simbolo di un qualcosa, quale che sia lo schiaffo di Anagni, l’Obbedisco garibaldino, il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen a Pechino, l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.

Eppure, agli occhi di uno storico, tutti questi episodi non sono altro che…scintille. Splendide, luminose, fulminanti scintille nel furore perpetuo della notte. Ma pur sempre attimi. E si sa: un attimo conta più nella vita di un uomo, che non nel grande ciclo storico, troppo distratto e chiassoso per aver tempo di compatire le nostre miserrime esistenze.

Così Polibio usava distinguere fra Aitia (la causa vera e remota di un avvenimento, dal greco αἴτιον) e Prophasis (il pretesto, la scintilla, l’episodio per l’appunto). Insomma dietro l’assassinio dell’Arciduca c’era un pentola a pressione sul punto di esplodere, e il suo esecutore è stato solo uno strumento nelle mani di una Storia sempre più grande degli uomini che s’illudono di governarla, in quel caso la Prima Guerra Mondiale.

Che poi è come dire che l’Aitia è la mia voglia di cappuccino e la prophasis è il bar sotto casa. O per i più romantici, l’Aitia è la voglia di innamorarsi, e la prophasis è la prima che incontrano per strada…A ripensarci non è così romantico…ma ci siamo capiti!

Le forchette ci parlano! [Forchette parlanti - Opera di Bruno Munari 1958]

Ecco, questa struggente premessa, che poi è il succo vero della storia, poiché è ciò che segue le premesse che è superfluo, era per dire che probabilmente la Storia la si decide a tavola con le forchette più che in piazza con i forconi. Mentre vostro zio è lì che vi chiede “Vuoi ancora della pastasciutta?” “Mi passi il sale?” o ancora “C’è una bistecca in più, chi la vuole?”, ecco lì si sta facendo la Storia. Mentre cospargete di sale la vostra insalata potrete ancora sentire l’eco delle ruote delle bighe e del passo di marcia dei soldati romani su Cartagine che spargevano il sale sulle rovine. E mentre addentate la bistecca, state strappando un trattato di pace a qualche potente della terra, o se state mangiando del sushi, con tutta probabilità state segnando il destino del Giappone. O dell’Italia, dipende dai punti di vista.

In fondo Cesare fu assassinato con posate da tavola, non con coltelloni da macellaio.

Insomma la Storia non la fa la piazza, ma la pancia.

Buon Appetito!

Yes Global!

Una cosa che non sopporto è: quando le persone con le quali esco parlano in dialetto con persone di altre città. Qui ti ricordi che fatta l’Italia, bisogna ancora fare gli Italiani. A primo impatto può apparire simpatico questo uso del dialetto. Poi in un secondo momento ti accorgi che c’è qualcosa che stona, come una smagliatura, un qualcosa che non torna.

Sì perché come diceva un giurista austriaco, “il linguaggio è servo infedele e segreto padrone del pensiero”. Parlare in dialetto al di fuori dei confini nei quali quel dialetto viene usato (anche se non è una questione di confini geografici, quanto di confini comunicativi, di registri, di contesti, di interlocutori) vuol dire portarsi dietro un guscio in nome di cosa poi? In nome della difesa dei valori locali? Ma non ci credo proprio. Anzi, semmai l’esatto opposto.

Ho capito che produci tartufi, non sbandierarmi i tuoi tartufi locali sotto il naso. Una volta esclusa la tutela della lingua locale, resta l’altra opzione, l’altra tesi, quasi altrettanto comica: la rusticità. Quasi che essere rustici, villosi e villani renderebbe più preziosi gli ormoni di turno.

C’è un filo sottile di imbarazzo quando il dialetto viene fuori in modo spesso inappropriato, è come creare un muro, argilloso, di sabbia, ma pur sempre un muro, e se non lo si scavalca con ironia, tende a stabilizzarsi.

Nell’epoca in cui si è tornati a demonizzare la globalizzazione, il rischio opposto è quello di un’esaltazione del locale che ci riporti indietro a un feudalesimo delle menti e dei luoghi (comuni). Certo, dà altrettanto fastidio un “italiano” non sciolto, ostentato, non scorrevole.

Passo e chiudo.

Post Scriptum: Salutame a soreta.

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