Archivio | Ittica RSS per la sezione

Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Rinvio a giudizio universale

Ecco. Tutti a dire che Andreotti è morto. Ma noi vi diciamo che se Andreotti è morto, è morto anche il Male. E se è morto il Male, non esisterà più nemmeno il Bene. Non esisterà più la figura della controversa logica dello Stato, del potere allo stato puro. Perpetrare il Male per garantire il Bene.

Invece ora ci rimangono solo ipocriti e mediocriti mangiatori di buoi. Mangiatori di carne in putrefazione. Oppure visi con camicia e maglioncino pulito dell’onestà. Quelli che l’onestà la trovano dietro la scrivania dell’ufficio.

Non è un’apologia. Ma è il rinvio al giudizio. Universale.

Abbracci

Io penso che al principio fu l’abbraccio, non il verbo.

Fu il raggiungersi, il toccarsi, il fondersi e confondersi. Materia spinta verso altra materia, il desiderio della collisione.

Image

Quindi immagino il mondo come l’eterno perpetuarsi di questi moti d’incontro e sospensione nel caldo abbraccio della creazione.

Ed è così che guardo il mare, che si ritrae, ostinato, per poi tornare e restituirsi alla sabbia nella stretta della loro tacita unione, senza che lei, la sabbia, lo rimproveri mai dell’abbandono.

E’ così che guardo la terra aggrapparsi al cielo con le mani, disperata perchè lo sente volare via, e guardo il cielo, a sua volta tirato in alto dalle stelle, dividersi con dolore, strapparsi, lacerarsi, pur di non lasciare né lei né loro.

E’ così che guardo il vento, che spira da ogni direzione e si arrotola intorno alle foglie secche dell’autunno, le circonda, le trattiene, le fa ballare e poi le lascia, incapace di legarsi per sempre ad una sola di esse.

E gli abbracci, nel mondo come lo vedo io, sono dappertutto e tutto diventa abbraccio, anche le mie parole, che se ne stanno accucciate tra i pensieri finché sono bambine, finché non decidono da sole che strada prendere.

Ma l’abbraccio che più di tutti secondo me riempie questo mondo che io vedo, e gli dà fiato, è quello degli esseri umani, che si abbracciano come se da quella stretta traessero la vita, come se solo così riuscissero a spiegarsi il dolore di esistere.

Ed essendo anch’io così tanto umana, ho abbracciato tanto e tanto continuo ad abbracciare, ad arrendermi al contatto con una pelle altra, con un respiro che respira fuori da me. E mi piace abbracciare tanto quanto amo farmi abbracciare, ogni volta diversa io e diverso lui – l’abbraccio – diverso il luogo, diverso il tempo, diverso il peso.

Mi piacciono i miei di abbracci, perché posso morderli, ma mi piacciono anche quelli degli altri, quelli che mi capita di vedere nelle stazioni, dati così, in piedi e con le valige a terra, o quelli che abbondano fuori dalle scuole e che finiscono sempre con una risata e uno zaino gettato sul marciapiede.

Image

I miei preferiti?

Beh… quelli solo immaginati, quelli che si desiderano a lungo prima di ottenerli, quelli di cui si pensa di conoscere il sapore fino a un minuto prima di assaggiarli, per poi scoprire che la realtà, come spesso accade, è molto più gustosa della finzione.

E poi ci sono quelli che non riempiono mai e ti tormentano la notte col ricordo, col profumo, e senti che devi averne ancora e ancora. Perché quegli abbracci lì hanno il potere di attaccarsi molto più dei baci, perché parlano con tutto il corpo e lasciano il segno indelebile delle mani sulla schiena.

Image

Insomma, non siate avari di abbracci, datene e prendetene, da chiunque, anche da chi, con un cartello al collo, ve li vuole regalare per la strada.

Image

Pretendeteli da chi ve li ha promessi, e regalatene a valanga a chi vi ha fatto capire che ne ha bisogno.

E apprezzate chi ha avuto il coraggio di chiedervene uno, e anche chi ha avuto la sfrontatezza di chiedervene tanti, come chi continua a chiedervene sempre.

E non dimenticate mai i vostri primi abbracci e i vostri ultimi, perché sono importanti,

ma ricordate che a volte i migliori si celano nel mezzo.

 Vi abbraccio tutti,

Smartiesdimare

Regimi…alimentari

Diete.

Diete ovunque cada il tuo sguardo.

Quando dico la parola “dieta”, non si intende più la riunione del popolo germanico, né le assemblee deliberative di un Parlamento o di un organo di potere politico.

Così come quando dico la parola “regime“, nessuno si interroga sull’ombra del Grande Fratello in agguato dietro gli schermi televisivi e gli organi di informazione di una realtà facilmente “monopolabile”.

No.

Oggi la dieta è quella dei corpi, menti comprese, e il regime da autoritario è diventato alimentare.

Panem et circenses: i Romani hanno raggiunto il loro scopo.

Ad ogni modo, penso che, più che quello di uno sportivo, il regime alimentare più sano sia quello di una pornostar, sempre molto attenta alla cura del proprio corpo.

Dalla regia mi suggeriscono che in certi regimi alimentari hard, ci sono ingredienti non proprio adeguati alla dieta di ogni giorno.

Non so proprio cosa intendano, ma penso che qualsiasi cosa è meglio della carne di ignota provenienza trovata in molti fast food inglesi, come ha sottolineato una recente inchiesta della BBC.

Vuoi vedere che il porno parla alla pancia del popolo?

Propongo un salto evolutivo: dai fast food agli hard food!

E sai cosa mangi.

Psicologia del locale (parte 3)

E siamo arrivati probabilmente ad uno degli ultimi pezzi di empirica analisi sui locali, dopo la prima e la seconda parte! Per le prossime volte, vogliamo invitarvi a cena, se ci siete. Magari a Roma, perché no? Seguite le seguenti regole, però.

Se davvero dovete mettervi a tavola (come se esistesse una posizione specifica “a tavola” che, a mia memoria, non esiste nemmeno sul Kamasutra), evitate innanzitutto qualsiasi discorso sull’etichetta. Sui gomiti, innanzitutto. Non sul tavolo, non a metà avambraccio. Ma solo e sempre alzati.


Delle cose che affascinano dello stare “a tavola” (scusate, ma ogni volta che ripeto questa espressione penso me, buttato su una tavola da stiro, mentre chiedo pietà per i miei peccati e un ferro da stiro-formato-alieno che arriva dall’alto) è proprio come si svolge il dialogo tra le persone. Appena ci si siede e non ci si conosce, ci sono quei momenti di imbarazzante silenzio in cui effettivamente si osservano i piatti, coltelli e i bicchieri. Cameriereeeee, manca un bicchiereeee. Magari, perché no schioccando le dita e, facendo finta di sapere il francese, chiamarlo garçon. Ma questo richiamo meglio riservarlo per i vostri Bobby, Lessie, Rocky, Stella, Fuffi ecc. ecc.

Alcune volte, abbiamo bisogno di uno schiocco abbastanza energico.

Improvvisamente l’attenzione della tavolata (dove tavolata indica il prodotto del subconscio della tavola) viene indirizzata verso un discorso qualunque che generalmente ha argomenti al centro come sesso, politica, sesso, politica, gossip, sesso o politica. Una persona si ritrova al centro dell’attenzione mentre dice e snocciola qualunque teoria su un qualunque degli argomenti innanzipoco citati. E tutti ascoltano e, vuoi aperta difesa della psicologia, nessuno o replica o al massimo concordano tutti.

Nel caso in cui qualcuno replica:
a. viene soffocato
b. viene invitato a bere vino
c. viene invitato in quel momento dal Presidente degli Stati Uniti a tacere.

Mentre la tavolata continua a produrre i propri effetti, il cameriere-prodotto-conscio arriva a chiedere con aria abbastanza convinta: “Fatto? Possiamo?” Premesso che a. “Fatto?” me lo diceva mia mamma quando ero sul vasino; b. nessuno vuole giocare con il cameriere (o cameriera, scusate, mi dimentico il politically correct), si arriva davanti al silenzio dell’umanità di fronte ai più atroci delitti. Nessuno ha una minima idea di cosa vuole. “Senta, scusi, può tornare tra poco?”.


Nella tavolata, ormai diventata prodotto-cosciente del tavolo, cala il silenzio. Massima concentrazione sui menu. Scorrono veloci gli occhi piatti da 20 euro in su. La salvezza. La pizza. Meno di dieci euro, dove ti va bene. Poi chi preferisce i primi, ma tutto in silenzio. Improvvisamente i primi singulti: “Tui cosa prendi?” “Non lo so” “Neanch’io lo so” “Solo primo ragazzi” , dice uno. E tutti ne riconoscono l’autorità. Tutti convengono con il re-parla-mentre-menu-legge. Lui è l’unica persona che è stata capace di parlare e leggere allo stesso momento.

Il cameriere uscirà stremato. Stremato, ma felice. Tutti hanno il loro primo, il loro-primo-ma-lo-dividiamo-quindi-due-forchette ecc. ecc.

Scusi, ma si potrebbe avere un po’ più d’olio? Si potrebbe abbassare leggermente la televisione? (E lì il cameriere sufficientemente stolido vi dirà che il televisore non si può abbassare perché fissato sul muro e ci vorrebbe almeno un cacciaviti) Si può chiedere il conto separato, ma noi due invece insieme? Ecc.ecc.

Cameriereeeeeeee!

Sì, cameriere. Un sandwich al formaggio con insalata di cavolo e maionese.

Anche i bicchieri hanno un’anima

 

“Ma secondo te i bicchieri hanno un’anima?”, le chiese. “Possibile. Io ho sempre pensato che ci debba essere un senso in ciò che ci circonda”. “Mi pare assurdo. Non posso pensare che un bicchiere abbia o no piacere di servirmi del vino”. “E se davvero fosse così?”. “Ma non possiamo provarlo, dico!”. “Secondo te, cambierebbe qualcosa?”. Ci pensò un attimo. Non sarebbe cambiato proprio nulla. Nemmeno che lui fosse esistito, sarebbe cambiato. “No, non credo cambierebbe qualcosa”. “Allora, meglio creare mondi e immaginare il mondo abitato”. “Scusa, e come distingui poi un bicchiere di carta, vetro, plastica, ceramica o …” “Non saprei. Tu ti chiedi come distingui uno basso, da uno alto o da uno moro?” “No, ma so che brinderebbero” “Hai ragione”. Presero i bicchieri e si guardarono negli occhi.

Immagine

Scienza della lettura

L’altra sera sono stata a un reading di poesie.

Mi piacciono le poesie, mi piace leggerle, mi piace ascoltarle.

Ancor di più mi piace lo sguardo di chi le legge, il modo in cui la voce viene modulata durante la lettura, la varietà dei gesti, che nascono morbidi, e possono farsi ora decisi, ora furiosi, ora disperati.

Osservata scientificamente, la scena che appare è la seguente.

Un gruppo ristretto di soggetti, il più delle volte alquanto sui generis, si pone davanti ad un gruppo, solitamente ben più ampio, di cosiddetti “ascoltatori”. I primi, i poeti, leggono, i secondi com’è naturale, ascoltano. Sono il pubblico.

Un signore è seduto in prima fila e ha un bicchiere in mano. Una ragazza dallo sguardo languido se ne sta con il mento appoggiato sulla mano e lascia che il suo caffè si raffreddi. Un tipo se ne sta in piedi, appoggiato a una colonna, le braccia incrociate… tutti sembrano ascoltare, qualcuno appare rapito dalle parole, altri invece ostentano indifferenza.

Ha inizio ora uno dei più antichi processi di fisica dell’anima ad oggi conosciuti. Quello per cui tra i due gruppi avviene una sorta di scambio, un’osmosi di emozioni il cui veicolo fondamentale sono le parole.

In una situazione si questo tipo, di norma si assiste alla lettura di tre, quattro, anche cinque poesie. Già alla seconda, il pubblico, ahimè, tende ad assuefarsi all’ascolto e si adagia in quello che si può descrivere uno “schema lettura-ascolto-applauso”. Dunque, esso scivola in una sorta di trance e alla terza poesia si trova in uno stato di semi-incoscienza. Giunti a questa fase del processo, ascoltare è come non ascoltare e applaudire non appena cala il silenzio è un gesto tecnico, automatico.

A volte però una poesia, una poesia che per qualche oscuro motivo risulta diversa alle orecchie del pubblico in questione, riesce a risvegliare l’uditorio dall’ipnotica pigrizia intellettuale che ne oscura i sensi per cui, con un trasalimento, esso ritorna presente a se stesso, all’improvviso ascolta, interiorizza, nel pieno di uno shock-da-ritorno-alla-coscienza.

Altrettanto velocemente la poesia si conclude e il povero ascoltatore resta col cuore sospeso. Ha perso il ritmo ascolto-applauso di poco prima. Subentra ora una fase riflessiva, in cui esso, in pochi secondi si ricompone e, in un tumulto di sentimenti contraddittori, si scioglie in un ben più sincero applauso, esprimendo reale apprezzamento.

L’esperienza empirica conferma che nella maggior parte dei casi, passata questa fase di euforia  chimica, lo spettatore in breve tempo rientrerà nello stato di  trance, compiendo l’ultimo tratto della parabola discendente tracciata dal processo in esame.

Tuttavia, nella sua memoria non-cosciente, in qualche regione nascosta e remota del suo animo, quel momento verrà conservato in virtù del suo valore tutto particolare.

Sine titulo domenicale.

Il panorama della scrittura italica è vasto, fatto di realtà in frantumazione e altre più solide. Le prime sono sotterranee. Nel “sottosuolo” fermenta l’humus dal quale solo può rinascere una pianta vigorosa. Più sopra, esposte malamente ai venti cangianti del clima politico e del mercato, troviamo piante certamente più belle a vedersi ma che durano ben poco, forse neanche il tempo di una stagione. L’olivo secolare resiste, certo richiede pazienza, richiede costanza, nella sua semidomesticità al contrario di piante per le quali non possiamo trovare un nome-metafora, dal momento che i raffronti biologici sono tutti di pieno rispetto.
Così nella vita, si finisce per preferire spesso il polline leggero rispetto all’insostenibilità massiccia di un olivo. Pochi scavano e si affidano alle radici.
Mi sento come Ulisse nella sala dei proci, e un vento di fuoco sta per travolgerli tutti, non per logiche meccaniche o volontaristiche, ma per divina previdenza. Per citare le Baccanti: quando l’atteso non si compie, un dio arriva e realizza l’inatteso.

Fenomenologia del tappetino sottopiatto

Tra le varie forme dell’ente più da contempleare vi è sicuramente ciò il cui nome di derivazione storica incerta è il tappetino sottopiatto o con maggior precisazione sottociotola. Purtroppo tali forme dell’ente passano solitamente sotto-osservate, non considerate per il proprio ruolo fondamentale e sostanzialmente invisibile. Ahimè, rilegati ad un’infame posizione: quella di sostenere, muti testimoni, la lordura delle briciole e della mayonese caduta dai fritti.

Purtroppo, in questa società, come è normale  che accada la sottovalutazione delle capacità è regola. I tappetini, innanzitutto, non sono tutti uguali. Innanzitutto, i tappetini antscivolo, quelli ignifughi, quelli della domenica, quelli della sera e del buongiorno, quelli per chi è appassionato di cucina e quelli con i disegnini per gli adulti, quelli personalizzati, quelli-che-rispettano-la-tradizione-giapponese ecc. ecc.

Almeno, già si è fatta chiarezza nel fatto che i tappetini sono diversi tra loro e guai chi, con la fregola della sciatteria, vada a parlare di tappetini in generale. Sia, chi lo fa, bandito dalle tavole. Soprattutto per chi non comprende a cosa servono i disegni per gli adulti mentre si mangia. Di cui un esempio:

Immagine

Ma, come mi apprestavo appunto a dire, i tappetini servono a molto di più. Il principe dei tappetini, infatti, rimane quello-che-rispetta-la-tradizione-giapponese. Esso è il tappetino del Prescelto.

Immagine

Si sarebbe potuto salvare con un tappetino sottopiatto da difesa personale

  1. Può essere utilizzato nelle scene più difficili quando nei film sugli antichi popoli del Mediterraneo essi devono leggere pergamene. La sua capacità accartocciativa è incredibile.
  2. Esso può essere mosso simulando un verme sul tavolo (scoperta che il nostro blog è fiero di sottoporre al mondo accademico).
  3. Il tappetino che-rispetta-la-tradizione-giapponese può fare l’onda.
  4. Il tappetino può sostituire, se posto in verticale, le più brutte opere di arte post-contemporanea.
  5. Il tappetino può essere usato come copri-avambraccio destro in caso di battaglia con Ken e Naruto.
  6. Esso, arrotolato completamente, può essere posto alla base della bocca e, lasciando la parte superiore, può essere rilasciato in modo da far sembrare che esso sia una lingua gigante: classico esempio di gran burloni.
  7. Il tappetino-che-rispetta-la-tradizione-giapponese è il terreno ideale per praticare il moonwalk.
  8. Richiamando l’attenzione con il coltello, dando 3 rintocchi nitidi, può essere usato per leggere i nostri proclama che più ci aggradano.
  9. Può essere usato come primo tentativo di slittino per principianti.

Per il resto, chiamate Neil il grande artista.

Immagine

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Psicologia del locale (parte 2)

Dopo la fortunata serie di incontri con locali pieni e vuoti di cui si è parlato in qualche articolo più vecchio, adesso facciamo finta di entrare in un locale. Devo dire che facciamo finta perché vi ricordo che comunque siete arrivati sulla nostra nave e probabilmente non lascerete più. A patto che corrompiate Lordbad.

Comunque. Entriamo in un locale. Anche qui la psicologia del senso piucchecomune ci permetterà di analizzare situazioni al limite dell’abbonamento dallo psicanalista. Appena entriamo, abbiamo la sensazione che tutti ci guardino. Proprio noi, lo straniero. Già mi immagino le porticine del saloon, noi che entriamo con il calcio, le nostre Converse con lo sperone e uno che dice: “Billy, portami da bere”.

Niente di tutto questo: tutti vi guardano perché :

a. avete un amico/a da paura

b. avete un amico/a che fa paura

c. avete una paura che fa amico/a

Siete entrati, un lungo corridoio vi separa dall’agognato bancone. No, prima troviamo il tavolo. La ricerca del tavolo, è risaputo, è l’inizio censurato del libro della giungla. Come avrete modo di notare ci saranno tartarughe ninja dappertutto, tra voi e il tavolo trovato. Tutti tenteranno di sporcare la vostra maglietta pulita messa solo per uscire. Ecco che si apre la seconda scena: ora siete Neo. State schivando i colpi. Certo, schizzi di birra, pallottole di ketchup e/o mayonese, starnuti arrivati a rallentatore sulla vostra schiena, unghie forcinate che penzolano dalle sedie.

Lo sgambetto finale. Ma ce l’avete fatta. Ora avrete cuore di chiamare Mc Guyver. Hey Mac? Hey ciao Tom da quanto tempo! Sei una pippa.

Dovete ordinare. Ordinare: la parola risuona vuota nella vostra testa. L’ultima persona che avevate sentito ordinare era il sergente Hartman. Lui ordinava. C’era chi obbediva e gli portava senza fiatare rum&coca. Voi non siete il sergente Hartman. Siete il soldato Palladilardo e dovete montare e smontare la cameriera che non arriverà. Allora decidete di alzarvi dal tavolo. Dite al vostro amico di aspettarvi un attimo. L’attimo fuggente che durerà all’incirca l’intera serata.

Ecco cosa intendo. Ordinare un mojito.

Arrivate al bancone. Chiedete due mojito. Sapete che i barmen sono creature infide. Loro cercano di sfidare la vostra intelligenza o non capiscono cosa sia l’intelligenza. Due mojito, per favore. Qui si aprono vari universi. Il tipo vi risponderà:

a.Yo no hablo espanol, senor.

b. Abbiamo fumato già tutta la menta.

c. Non abbiamo il mojito, ma possiamo benissimo portarti la coca-cola con ghiaccio.

Era destino. Era destino che quella serata non era la tua serata. Ritornerai indietro, sconfitto, con due coca-cole con il ghiaccio già sciolto. Il tuo amico avrà fatto amicizia con altri. Scopri che anche lui ha il pollice verde. Già stava parlando di menta.

Supercessi

Nella vita di un Supereroe bisogna distinguere tra due momenti del bisogno.

Uno, quello più noto, quando il mondo ha bisogno di lui.

L’altro, meno noto ma, a mio parere, più frequente, quando lui ha bisogno del cesso.

299899_482317655147068_983712852_n

Che la Forza sia con te.

Insomma se i vari Superman, Batman, e tutta l’assemblea degli Avengers combattono il male che si aggira nei vicoli bui delle nostre città, tutto questo lo dobbiamo non a loro, ma ai loro cessi.

Che poi per ognuno si profilano diversi modelli idraulici a seconda delle esigenze.

Partiamo dal più noto, Superman. Deve essere un cesso bello potente, in grado di mandar giù la Kryptonite se necessario! Senza tavoletta: lui non è tipo da abbassare la tavoletta, anche perché non conosce molto la delicatezza. L’idraulico SuperMario effettua periodici controlli e ogni tanto deve cambiare la tazza del water dal momento che riporta svariate crepe. Quando Superman non mangia verdura, va stitico, e s’incazza, e quindi si sforza. E se Superman si sforza al cesso, sappiamo tutti come va a finire: lo stronzo perde.

Secondo cesso: quello di Batman. Bè, non è un cesso qualsiasi, a cominciare dal nome: BatWater. Che non è la versione idraulica di Darth Vader, sebbene proprio lui ne sia il designer. Si sa, Batman sceglie solo i migliori. Il BatWater è dotato di infinite funzionalità: prima di tutto ha ben tre tavolette. La prima è un piano di lavoro dotato di i-pad incorporato. La seconda consente a Batman di svolgere tutti i collegamenti con la Batcaverna, dotata di connessione bat-fi. La terza, quella soltanto di contorno è in realtà una banalissima tavoletta voluta da Cat-Woman per quando lo va a trovare. Ci sono svariati pulsanti a lato: soltanto il maggiordomo Alfred ne conosce a memoria tutte le funzioni. Dal pulsante per far partire le testate nucleari ad ampio raggio, a quello più comune di scarico. La carta igienica si recicla dopo una giornata attraverso un macchinario di riciclaggio installato dietro il BatWater.

BabyBatman anni ’20

Terzo cesso, che io considero tra quelli più sfigati è quello di Aquaman. Purtroppo ogni volta che scarica è un gran casino, e spesso rischia di essere assorbito dal mulinello: è più forte di lui, non sa resistere a buttarsi dentro. Una volta è entrato nel cesso di casa ed è uscito nel Mar del Bosforo.

Plinplin: arriva aquaman

Quarto cesso: quello di Lanterna Verde. La principale particolarità di questo cesso è la trasparenza. Le feci di Lanterna Verde sono fosforescenti. E a lui, che alle elezioni vota gli ambientalisti solo per vantarsi del proprio colore, piace vantarsene. Se potesse le inscatolerebbe come quelle di Piero Manzoni. Dalla merde d’artiste alla merda verde. Nessuno gliele comprerebbe però. Così ogni volta che va al cesso si accontenta di vederle brillare in trasparenza. Peccato che il fetore non sia altrettanto…trasparente.

Indovinate di chi sarà mai questa tavoletta del cesso?

Altro cesso di non minore importanza è quello della Donna Invisibile. A tal proposito c’è una leggenda intorno alle origini della Donna Invisibile. Si dice infatti che i primi sospetti sulla sua esistenza vennero da chi entrava nel suo bagno di casa. Per quanto lei fosse invisibile l’incredibile odore testimoniava il suo passaggio. L’ultima battaglia con il Dottor Destino è stata ingaggiata proprio nel cesso di casa sua. Destino ne seguiva le tracce tramite il fiuto. Poi la Donna Invisibile l’ha scaricato e non si è fatta più vedere. Tipico. (Ancora oggi Destino si aggira tra un bancone e l’altro del bar dicendo: era destino che andasse così).

Didascalia: nell’immagine soprastante donna invisibile nuda (sì lo so, il blog ha calato la censura)

Per ora basta così: nel prossimo post parleremo della Cosa, di Silver Surfer, e di tanti altri eroi sempre presenti nel momento del bisogno.

Un grande cesso è una grande responsabilità – Super Mario

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 283 follower

%d bloggers like this: