Archive by Author | franklinguamozza

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

(L)égalitè, Fraternitè, Mafiositè.

Se ti amo? Dipende. Se è stato bello? Dipende. Se mi voglio? Dipende. Se ancora sogno? Dipende. Ci vediamo? Cosa fai stasera? Te ne vai ad Ibiza? Dipende. Hai un amante? Dipende. Se fosse stato? Dipende. Se sono stato? Dipende. Se voterò? Se avrò fiducia? Dipende. Se comprerò? Dipende. Se sarò comprato? Dipende. Emarginato? Sottopagato? Fuori orario? In nero? Dipende. Chi ho pregato? Dipende. Sparerò? Sarò a favore? Dipende. Se avrò chiodi? Dipende. Sarò croce? Dipende. Sarò testa?

 

Dipende: dalla tua.

 

E tu, amore: dipendi?

 

 

Tutti. Siamo tutti dipendenti. Chissà se tutti saremo prima o poi dei dipendenti pubblici. Nei carceri interiori ci iniettiamo in vena dosi di abbonamenti ad una vita immacolata mandata in onda in prima giornata. Abbiamo scambiato l’eroina con l’eroicità, siamo tutti intenti a salvare: salviamo il lavoro, salviamo il governo, salviamo l’Italia, salviamo la vulva amazzonica, salviamo le balene a pois.

 

Quand’è che salveremo l’uomo dall’uomo. Quand’è che salveremo noi stessi dall’idea di essere eterni. In verità vi dico: no. In verità non si dovrebbe dire, si dovrebbe agire. Ma siamo tutti illegali, i nostri pensieri sono illegali, la nostra nascita non decisa è illegale e quindi omertosa come la bussolletta passata nei banchi la domenica.

 

E allora legalizziamoci: legalizziamo i telecomandi che non cambiano canale. Legalizziamo le fotografie ancora da scattare, quelle che al posto di dire “sorridete” dicono “siete realmente felici?”. Legalizziamo i preti che a costo di non toccare un bambino si masturbano sulla madonna. Legalizziamo il suicidio, quello pensato, quello assistito, quello partorito. Legalizziamo l’ora che è tutto meno che legale. Legalizziamo i disoccupati che entrano in crisi perché improvvisamente si ritrovano a pensare troppo a se stessi. Legalizziamo le cravatte, quelle sgualcite e utilizzate dalle mistress. Legalizziamo gli studenti, quelli che giocano al catenaccio con la cultura. Legalizziamo i manganelli, se utilizzati per scacciare via i brutti pensieri. Legalizziamo gli immigrati se le persone che poi li vorrebbero fuori hanno appesa all’ingresso la targa “mi casa es tu casa”. Legalizziamo le puttane e i pompini che danno sollievo, solo se non fatti sotto il banco della camera del Senato. Legalizziamo le persone che per guadagnarsi la vita, la perdono. Legalizziamo la voce sensuale delle centraliniste telefoniche. Legalizziamo la marijuana, per poter dire che l’erba del vicino non è sempre la più verde. Legalizziamo le droghe, se i grammi di stupidità continuano ad arrivare dall’alto. Legalizziamo i Mafiosi.

 

Mafiosi sono i vigili urbani che parcheggiano sulle strisce blu senza pagare il parcheggio. Mafiose sono le facoltà a numero chiuso che di chiuso hanno solo il bilancio in attivo. Mafiosi sono quei medici che nel duemila fanno ancora morire le donne per parto. Mafiosi sono i carabinieri perché sono il braccio di uno Stato cieco quando picchiano gli ideali di un diciottenne. Mafiosi sono gli stadi e gli inni razzisti. Mafiosa è la volgarità. Mafiosa è la presa per il culo. Mafioso è l’amore, che fa di tutto per ottenere di tutto. Mafiose sono le ex, e i ricordi in offerta tre per due. Mafiosi sono gli artisti che ci spiattellano le loro ansie da prestazione. Mafioso è questo testo. Mafiose sono le madri che piangono i figli morti in missioni di pace: “signora, mi spiega perché Gino Strada non ha bisogno di nessuna missione per fare la pace?”

 

Mafioso è il ddt. Mafiosa è la cassa integrazione. Mafiosi sono i fazzoletti “tempo”. Mafioso è il latte ad un euro e cinquanta. Mafioso è chi avvelena i cani perché abbaiano troppo, che è come soffocare un bambino perché piange troppo. Mafioso è chi resta uguale, chi ha timore di scelte nuove. Mafioso è chi applaudirà a queste parole senza averne capito il concetto.

 

 

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia non è il banco se ti ribelli ne esci salvo.

Changes.

Le frequenze riportano una canzone. Sto cambiando, dice, sto cambiando. Guardo fuori dal finestrino, mentre al mio posto c’è chi preme l’acceleratore con degli abbaglianti che accecano solo da dentro. C’è un punto che fisso costantemente davanti a me ma più la velocità aumenta e più questo punto si sposta, sempre più in là, sempre più avanti.

Ho pensato così all’infinito e al carcere. Ho pensato all’infinito che è un carcere nel quale tutto cambia e tutto resta impassibile all’interno di una libertà che tenta di evadere da se stessa. E poi immagini il mare. Come se l’infinito avesse delle onde, lunghe onde che cercano di afferrarti. Di trascinarti via. La mano di un gigante volubile pronta a portarti dentro quel ghiotto pulsare inconsistente. Ed invece non c’è nessuno, né un motivo, né una forza capace di inghiottirti e lasciarti in apnea per qualche minuto. Tutto è fatto per avere fiato, ma è incredibile come non si faccia altro che cercare un pretesto che ci tolga il respiro.

Per sentirci vivi abbiamo bisogno di assomigliare ai morti. Provare costantemente un senso di desolazione. Creiamo spazio, ecco tutto. Ci riempiamo per svuotarci e convincerci che abbiamo ancora posto per qualcosa o qualcuno. La felicità, del resto, perfino la felicità è una forma di rassegnazione. E quando ci si rassegna alla felicità, ad una felicità, a quella felicità, si ammette, come ammutinati, che non abbiamo più un pretesto per essere tristi.

Sto cambiando, dice, sto cambiando. E mi sveglio ogni mattina, mettendo i piedi a terra e sentendo il freddo del pavimento, mi sveglio ogni mattina perché mi hanno abituato a svegliarmi e riiniziare. Non importa con quale umore, con quale faccia. Ti alzerai, berrai la brodaglia di caffè che ti sei preparato dalla sera prima e sarai pronto. Sarai pronto. Perché più di qualsiasi altra cosa, nella vita, conta essere pronti. Pronti a fare sacrifici, pronti a rinunciare, pronti a dire la verità, ad essere tutti uguali davanti alla legge, pronti a perdonare, pronti ad amare, pronti a fare i conti o a tirare le somme. Pronti a togliere il malocchio, pronti a fare figli, pronti a trovarsi un posto sicuro, a comprarsi casa, pronti a frequentare i “salumi” letterari, pronti ad onorare il padre e la madre e anche qualche santo in cielo, pronti a gridare “E’ pronto, a tavola!”.

Sto cambiando. Sto cambiando. E più cambio e più tutte queste persone così prontamente pronte, sono impreparate, o sarebbe meglio dire che sono “impronte”, nient’altro che il calco di un cammino già visto.

Rassegniamoci, la maggior parte di noi non cambierà mai. Si ritirerà nel guscio come tartarughe millenarie e guarderà dalla collinetta della sua gobba il passare lento ed estenuante delle stagioni.

Perché in fondo è rassicurante fissarsi davanti allo specchio e riconoscerci, sapere che siamo ciò che  eravamo ieri e che saremo domani. Mantenere i medesimi lineamenti a cui tutti, fuori, si sono abituati. Dobbiamo farci riconoscere, sempre, dobbiamo ridare il nostro aspetto fedele, come un tempo, dobbiamo farci trovare “pronti”, ancora una volta.

Cambiare vuol dire vivere, ma vivere non vuol dire mettere in scena tutti questi teatrini massonici di cui siamo i primi attori. Applausi su applausi per cose che dovremmo sbagliare soltanto per il gusto di sbagliare. Si dovrebbe rinunciare a fare la cosa giusta al momento giusto per assomigliare quanto più possibile ad un errore. Perché se l’uomo è stato un errore di Dio, solo assomigliando a quell’errore, saremo finalmente umani. Possibile che nessuno abbia voglia di sentirsi altro da quello che è? Guardatevi intorno, lasciate la mano della persona che avete affianco e innamoratevi del primo sconosciuto presente in questa sala.

Guardate i fiumi, guardate i fiumi e fate come loro.

I fiumi non decidono di buttarsi nel mare. Lo fanno.

WikiLove, parte due.

Ci sarà sempre qualcosa non di “più importante”, ma qualcosa che “distrae” dal mantenere occhi negli occhi, qualcosa che distrae dall’attenzione a “non ferire”. Una partita, una vetrina più colorata del solito, una quantità di pioggia non prevista, l’ultimo taglio alla moda.
Per questi motivi gran parte dei rapporti si deteriorano, perché non si mantiene la concentrazione sull’obiettivo. Puoi ricordati del latte da comprare mentre sei in quota, ma non scendi e lasci la missione a metà.
Molti si perdono dietro a delle grandi puttanate.
Questa è l’assoluta mancanza di sensibilità degli altri. Si perdono come bimbi curiosi appresso alle puttanate. E intanto il cancro dell’abitudine, della noia, del tacito compromesso, insomma la Morte, avanza insidiosa.
Così naufragano molte “storie d’amore”. Ci hai mai fatto caso all’ossimoro? Come può l’amore essere una storia, e come può una storia essere d’amore!? Non c’è inizio, svolgimento e fine. Beh, sì, in qualche modo sembra sempre cominciare e in qualche modo sembra che debba sempre andare a finire. Ma se socchiudi gli occhi, se escludi tutto il superfluo e ti concentri sull’unica linea fissa all’orizzonte, allora lo vedi: l’infinita essenza dell’amore vero.
Quando si è innamorati ci si chiede come si faceva prima e non si vede mai la fine, mai. I concetti di prima, dopo vengono completamente annullati dall’adesso. Non hanno senso nemmeno i ricordi, perché, quando l’amore è condiviso, costruito, si è troppo impegnati a vivere per ricordarsi di quando si era vivi.
Era tutta un’illusione, questo tempo balordo, questa danza di cretini cinici che mi ispirano soltanto tenerezza. Tutti cercano disperatamente di abbordare un senso, una felicità, una gloria personale da vivere costantemente.
Ma poi si dimenticano che ci vuole coraggio, una volta saliti, a restare sulla cresta dell’onda, ci vuole tenacia, pazienza, volontà.
E invece eccoli lì, a furia di rincorrere ombre, sono diventati l’ombra di se stessi. E l’altro, che è lì, ad aspettarli, a perdonarli, a cercare di tenerli su, prima o poi, cede e non può fare altro che pregare, e sperare.
Sogno ancora un giorno di darti la buona novella, la ventata d’aria fresca, di dirti “Vedi, ora sono felice. Non la felicità dei saggi, ma quella delirante, quella luminosa di avere accanto la persona della propria vita o del proprio mese, o del proprio piccolo maledettissimo istante.” Perché se questa vita è soltanto un sogno, a me basterebbe accontentarmi anche di un solo momento con Lei.

WikiLove.

Dovrebbero rivedere i dizionari, stabilire nuovi sinonimi per la parola “amore”. Dovrebbero avere il pudore di non suddividerla in sillabe. Non si spezza come una pastiglia quando la si pronuncia: la si inghiotte. Dovrebbero ammettere la possibilità che si può amare qualsiasi genere e qualsiasi numero. Sostituire “singolare maschile” con “sentimento morente” e cancellare ogni significato pressoché vago. Scrivere “oltraggio alla decenza umana” e affiancargli sinonimi che non hanno nulla a che fare con la misericordia.
L’amore è egoismo, destrutturazione, vilipendio, desiderio lancinante e bilaterale. Ci si ama per bisogno, per necessità, per passare da “perdere tempo” a “occupare il tempo”, per paura di estinguersi.
E’ tutta una fuga dall’aridità che ci portiamo dentro, dall’accartocciarsi della pelle all’impatto con i vagiti adornati da sorrisi ebeti e dai “benvenuto nel mondo”.
Eppure, se taluni occhi sguazzano accanto al mio profilo come arazzi alati e mi inseguono con la fede di chi non ha mai creduto, credo di aver sbagliato, di aver dimenticato di trasformare la parola estinzione con estensione.
Devo rivedere i dizionari. Devo avere il coraggio di sperare che l’amore non è che l’eco che ci dà percezione di noi.

Eccoti qui.

Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.

La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.

Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole  si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.

Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”

Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.

  Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.

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