Eccoti qui.
Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.
La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.
Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.
Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”
Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.
Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.
Tanti auguri a…
Auguri. Cristo, auguri.
Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.
Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.
Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.
Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.
Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.
Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.
Giudizio universato.
Io me lo prendo eccome il diritto di giudicare. Giudice di me stesso, decreto la fattibilità e la fallibilità delle vite intorno a me. Questo è la sola unità di (s)misura capace di captare le onde elettromagnetiche che le emozioni emanano.
Ma bisogna essere sinceri. La vita non è fatta soltanto di semplici emozioni. Sarebbe meglio dire: vivere non significa emozionarsi. Emozionarsi e basta.
Perché nell’emozione, nell’emozione cruda in sé, dov’è il rischio? Il rischio: esattamente. Il rischio è lo stendardo che dovremmo spargere a terra come una spina dorsale su cui basarci. Sulla quale camminare. Il rischio di essere degli incoscienti.
Più che il coraggio, per vivere si ha bisogno dell’incoscienza. Ed è per questo che giudico. E giudico non perché mi arrovello il diritto di dire cosa è giusto o sbagliato, bensì perché di morti, intorno, ne vedo a migliaia. Eppure questi non sono morti viventi, il che sarebbe già qualcosa.
Sono morti morenti. Attendono una morte che è già arrivata. Attendono la conferma della morte.

Ci sono alcune persone totalmente inutili. Che Dio non me ne voglia, ma è ben chiaro nella mia mente che alcune persone, nella loro inutilità esistenziale, sono estremamente inutili.
Aprirei un’agenzia di anime non pie con suscritto: “accettasi uomini coraggiosi disposti a lasciare il posto agli incoscienti”.
E le persone inutili, di cui parlo sopra, non sono i sofferenti, gli ammalati, i disperati, i sognatori, ma sono tutti coloro che conducono una vita stancamente equilibrata, sobria, volta alla misericordia della quiete, che non ha mai osato diventare una persona diversa da quella che è, che cerca perdutamente quell’amore che gli cambierà le sue abitudini, quell’amore che gli permetterà di essere come gli altri, di uscire a cena con gli altri.
“Ma ogni vita è speciale, ogni vita è unica”, ribatte l’amico saggio. “No. No!” gli andrebbe risposto.
Non c’è niente di interessante nelle vite comuni. Le vite comuni sono uno spreco.
Alda Merini scriveva: “La cosa meno scandalosa della vita è lo scandalo”.
E aveva ragione. Fidatevi dei poeti. Aveva ragione.
Chiunque stia leggendo: vi voglio attivi, vi voglio vogliosi di far venire questa gran figa che è l’esistenza. Orgasmi, orgasmi veri ogni sacrosanto momento, ogni sacrosanto minuto.
Santi gli orgasmi. Santi i ditalini dell’intelletto.
Masturbatevi la coscienza e vedrete come la vostra anima assomiglierà sempre di più ad una prostituta celibe.
Poiché la vita è potente, e ancora più potente è la possibilità di viverla. Ogni attimo può essere una svolta, un cambio di rotta, una felicità mai sperata. Tutto ciò, se solo lo volessimo realmente.

Incominciamo a desiderare, da qui.
L’aquilone.

- Sembra una vita fa.
- E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.
Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.
- Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?
- Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!
- Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.
- Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.
- Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.
- Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.
- Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.
- Sei preoccupato? – disse Jackie.
- Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.
Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.
- Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.
- No, no. Ti ringrazio.
- Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.
- Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?
- Non fare lo sciocco. Tieni.
Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.
- Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?
- Era libero a metà – insinuò Jackie.
- Cosa?
- Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.
- Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!
- Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.
- Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.
- La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.
- E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.
- Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.
- Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.
Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.
- Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?
- Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.
- So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.
- Lascia allora che io ti dica questo.
Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.
Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.
L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.
Italia-Inghilterra allo stadio Vongole.
Formazione calcistica Italiana, schieramento 4-3-3
Cesare Pavese in porta; Pasolini, Tondelli, Petrarca e Manzoni sulla difensiva; in centrocampo l’Italia schiera Torquato Tasso, Boccaccio e Leopardi. L’attacco è formato dal il capitano Leopardi, che ricopre il ruolo di fantasista. Il CT Alighieri, ha preferito un attacco “penetrante” mettendo Marinetti e Svevo come punte, spostate un po’ più avanti rispetto al Leopardi.
La squadra avversaria schiera la sua formazione migliore. Gli inglesi adotteranno il modello classico del 4-4-2. CT Edward Moore.
Shelley in porta; Byron, Keats, Shakespeare, e Conan Doyle in difesa. Al centrocampo Dickens, Carrol, Eliot e Johnson. Le due punte d’attacco, Milton e Smith
Arbitra l’americano Jack Kerouac.

Il fischio dell’arbitro dà il via alla partita. Svevo batte il calcio d’inizio, passa la palla a Marinetti. Leopardi. Tondelli, Petrarca in difesa. Cross verso Manzoni che viene disturbato da Dickens. Leopardi. Marinetti che scatta nell’aria di rigore avversaria ma perde la palla
E’ il turno dell’inghilterra di Moore. Keats riceve la palla da Conan Doyle, passa a Carrol che lancia nell’altra metà campo a servire Milton che stoppa di petto, finta, finta finta tira e gol. L’inghilterra è in vantaggio.
Leopardi incita i suoi, passa la palla a Svevo che la perde per una distrazione. Eliot passa a Johnson, ancora Eliot, Shakespeare, byron di testa al centro area avversario assist per Smith che tira e gol! Due a zero per la squadra avversaria. Questa Non ci voleva , l’errore di Svevo è stato devastante per la nazionale azzurra.
Il CT Alighieri comincia ad entrare nel panico, parla con il suo assistente Virgilio e inveisce contro Svevo che si mette una mano sulla coscienza.
Marinetti, Pasolini, tondelli. L’italia mantiene il possesso di palla. Petrarca dribla Dickens e passa la palla d’esterno a Tasso che si è liberato. Marinetti pretende il pallone dal fondo campo. Nessuno lo ascolta e l’Italia perde di nuovo il pallone e Milton fa una volata sulla fascia e poi tira. Gol. Papera di Pavese che alza le braccia e dice: Il mio mestiere è quello di vivere, scusate! E L’inghilterra è in notevole vantaggio.
Marinetti urla con i suoi, chiede velocità e minaccia di incendiare il campo. L’arbito Kerouac tenta di tranquillizzarlo, gli dice di non bruciarsi subito ma Marinetti non lo ascolta.
Nel frattempo la partita è ricominciata. La palla passa da Tondelli a Petrarca, poi a Marinetti da Svevo che viene messo a terra da Doyle. Marinetti incita alla guerra e cerca di afferrare per la gola Doyle che nel frattempo era intento a guardare nell’erba con una lente d’ingrandimento. Kerouac si avvicina a Marinetti ed estrae il cartellino rosso. Marinetti espulso
L’Italia ora è in dieci. Dickens con il pallone sembra un ragazzino che corre tra i vicoli di una città. Smarca gli avversari con destrezza tira e gol! Un nuovo gol per l’inghilterra. L’italia è in ginocchio. Pasolini incoraggi i suoi ragazzi di… Leopardi sembra chiedere aiuto alla luna mentre il CT Alighieri, disperato urla “questa è una commedia”
Alighieri chiede il cambio. Tre giocatori freschi di cervello e di cuore. Tre giovani fenomeni. Escono Pasolini, Svevo e Leopardi ed entrano i futuri campioni: franklinguamozza, lorda e fishcanfly.
I volti della squadra avversaria sono intimoriti. Il vantaggio è notevole ma temono la ribalta. Non è la prima volta che questi tre fenomeni hanno trasformato le sorti di una partita.
Possesso di palla per l’inghilterra. Smith per Johnson, poi Byron. Gli inglesi si sentono al sicuro. Il vantaggio è netto. Caroll, Caroll, Ancora carrol che viene pressato dal lordbad, che conquista palla. Parte dal centrocampo, si fa sulla fascia franklinguamozza. Il cross, la rovesciata. Palo! Fishcanfly, il possesso palla è ancora il nostro, fish, fish, fish tira. Respinta di Shelley, poi Frank di testa ed è gol. Finalmente gol!!!!
Ancora l’italia che smarca la squadra avversaria. Carrol riconquista palla. Fuori. Rimessa laterale. Carrol Alza la maglietta alla telecamera per far vedere la scritta “Alice I love you”. Doyle passa a Byron, Shelley, rimette al centrocampo prende la palla Franklingumozza, che dribla uno due tre quattro cinque avversari serve Lordbad che di petto si fa avanti tra due giocatori. Tira una parabola che finisce sotto gli incroci ed due a quattro.
Calcio d’angolo. Il cross di Petrarca il tiro di testa di fishcanfly ed è gol, ancora loro. I campioni.
Fallo in area di rigore. Si prepara al tiro franklinguamozza. Guarda shelley. Sussurra tra sé e sé “tutti gli aquiloni, finiscono in rete”. Tira e la palla è nell’incrocio dentro.
Mancano pochi minuti alla fine della partita, il possesso di palla è nettamente della squadra azzurra. Lo stadio è in delirio. Il tifo si fa sentire, i tre giovani ragazzi sono dei veri talenti. Kerouac sta per fischiare, mancano una manciata di secondi quando lordbad, servito da Petrarca osa un tiro da centrocampo, lo stadio resta sospeso per alcuni minuti, brividi, brividi brividi…. E golll!!!
L’italia ha vinto.
Lettera aperta a LordBad.
Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.
Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.
La morte è morte.
Anche quando scherza.
Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.
Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.
Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.
Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.
Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…
Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.
Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.
Viviamo impauriti. Viviamo miseri.
Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.
Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.
Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.
Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.
Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?
E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.
Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.
Migliore.
E se quel tempo non arriverà mai?
Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?
Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.
Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.
Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?
Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.
Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.
Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.
Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.
La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.
Tuo, frank.
Il cavaliere rinfoderò la spada e afferrò la penna.
C’è un racconto del LORD, su Flanerì.
Il pesce migliore, solo di venerdì.
E per chi non gradisse il pesce, che vada a caccia: di anomali.
http://www.flaneri.com/index.php/altre-narrativita/leggi/lanomalia/
Il cavaliere rinfoderò la spada e afferrò la penna.

Il resto leggetelo su Flanerì!
Appunti post-buongiorno.
Ho la sensazione che ci sia bisogno di silenzio. Si fermassero per un attimo i calzolai, quei pochi rimasti; i barbieri; i panettieri; gli impiegati d’ufficio ruba stipendio; i preti; i baristi; i braccianti convenienti; le puttane economiche; i malfattori; i secchioni e gli asini; gli edicolanti; gli attacca briga; i nulla facenti; i “tutto fare”; i precari; i sistemati; i sognatori e i rivoluzionari; gli sniffatori.
Si fermassero. Non per la patria né per politica altrui. Bensì per loro stessi.
Spazio a quel vano senso di pace che è tutto un dire e un professare dall’altare immacolato.
Dal seggio del silenzio sono convinto che le cose apparirebbero definite. Questo paese di vecchi vecchi e di giovani vecchi sarebbe migliore per un microfrangente di disperata anomalia. Niente più vanità e ridicolezze. Accuse e diatribe. Il pettegolezzo diverrebbe complimento. L’offesa, perdono. Niente più gare. Arrivismi.
Saremmo la fotografia perfetta di un presepe assopito e progredito. Sussultando con tutta la bellezza appartenutaci da secoli, potremmo espandere questo retaggio ghettizzante ad un’intera umanità. Un’immobile quiete lunga la cruna di un ago concederebbe un pezzo di “paradiso perduto”.
Tuttavia, i sogni giacciono sempre altrove. E Milton era un poeta, fallibile, come tutti i grandi scrittori. Ho una sensazione che non sarà mai sensazione. Costretto a girovagare come carro trascinato da nessun bue per strade su cui sono cresciuto, e che disconosco per la loro infedeltà. Non può un paese appartenerti. Non può una nazione appartenerti. Non può la vita, altresì, appartenerti. Mi chiamano “compaesano”. Mi credono “fratello”. Mi convincono di essere un “compagno”. Addirittura c’è chi aleggia la parola “figlio”. C’è una rete di legami inesistenti che lega l’uomo all’uomo rendendoci alghe attaccate a pescherecci. Non saremo mai liberi. Mai del tutto. Io non sono nessuno; dunque non posso essere “di” nessuno. La fratellanza è pura sopportazione. Dialettica. Quando osservo alcune personalità che scimmiottano la vita pagando con il loro tempo il mutuo della morte, statue di terracotta ferme ad una piazza pronte a sfilare, tacchini su tacchi, e civettano di confessionale in confessionale spogliando spudoratamente l’immagine di poveri Cristi ancora da martirizzare, quando parlo con gente altolocata che firma autografi su pezzi di carta igienica in cambio di una (t)rombante macchina che riverbera di colle in colle, capisco che non c’è niente di fraterno tra me e loro.

Ho pena per queste povere esistenze che sono solamente delle povere esistenze che ripetono un “mia culpa” interminabile di stupidità.
Nondimeno, vien da sollecitare a salvare le anime. Che le nostre siano, come voleva De André, delle anime salve.
Fuori l’estate stenta ad arrivare. I bar si riempiono. Le menti si sono sfollate.
C’è sempre qualcosa destinata ad essere tardiva, altre a non sopraggiungere affatto, come queste parole, presumibilmente.
Per ciò che conta e per quel che si spera.
E’ uscito un racconto.
Nelle notti di bufera e gelo, mentre passavamo il confine del grande stretto dei lupi marini.
Il rum ha fatto il suo dovere.
Le stelle hanno dettato. Gli squali hanno corretto.
Io ho riportato alla lettera, per ciò che conta e per quel che si spera, una storia. Una storia vera.
Pietà per Hitler.

Voglio uccidere la memoria. Sentirla schiamazzare come quando si taglia la gola ad un porco.
Finirla con i piagnistei umanitari di ragazzine in erba che ricordano, non fanno altro che ricordare. Sanno soltanto ricordare. Nessuno lo merita.
Non c’è niente di buono nella memoria. Ci ha reso matti.
Ed ingrati. Non meritevoli del compenso più dignitoso che spetta all’uomo: la dimenticanza.
Avere la possibilità di dimenticare vuol dire assegnarsi ad un inizio sempre nuovo.
Essere noi stessi e tirarci fuori con tutte le vesciche e regalarci con i respiri più assuefatti dal nostro alito perché non più imprigionati dalle sbarre di un’esperienza totalitaria.
Sarà la prima volta della mia prima volta, ogni sacrosanta volta. Odoreremo la nostra puzza non rammentando di puzzare. Ci ameremo perché sarà destino farlo. Ci odieremo perché è quello che sappiamo fare.
E la morale sarà una legge che verrà abrogata ora dopo ora.
Finalmente vedrò persone che non si sforzeranno più di spolverare le cornici poste sui loro comò.
Non ci saranno più inutili giorni della memoria ed Hitler verrà finalmente perdonato, come merita.
Certe cose non le perdona Dio. Certe cose le perdona solo l’uomo.
Un uomo che penetra come un aguzzino nelle case sigillate dai televisori ogni ventisette gennaio e ci costringe a venerare morti. Morti su morti. Cosa volete che siano milioni di vittime decedute in guerra. Milioni di vittime sono paragonabili a una, o a nessuna, per quanto mi riguarda. Non li sento. Non li vedo. Sono crepati lontano da me. Ed il dolore se lontano, non è dolore.
Occupano un giorno dell’anno, un intero giorno. Mi accorciano il tempo, questi. Misericordia!
Non siete portati alla pietà. Siete addomesticati dalla pietà, e dalla commiserazione.
C’è da essere privilegiati anche da defunti. La scale dei valori della loro pelle è una piramide sgonfia ai lati.
L’ebreo nel forno crematorio è mediatico. Il cartaginese contro Roma è paratattico.
Sono disposto ad accettare la finta riverenza umana verso l’Olocausto quando ci preoccuperemo di fingere una riverenza per tutti i crepati della prima crociata, delle invasioni barbariche.
Questa Storia che ti fa sentire in colpa. Decreta, ecco cosa fa. Ha i suoi bei vinti, i suoi osannati vincitori.
Ce la impartiscono come un’analisi giornaliera da strabici insegnanti che l’unico insegnamento buono sarebbe quello di lasciare le cattedre e ammettere che nessuno è in grado di insegnare nulla.
Non si ha il coraggio di dire che gli ebrei al posto dei tedeschi avrebbero fatto la stessa cosa.
Da Cristo, simbolo d’umanità, all’umanità stessa ce ne passa ben poco.
L’odio scorre nelle loro arterie come scorre nei polmoni di chiunque altro. Loro non sono santi. Nessuno lo è. Assassini, come tutti. Anche se fosse solo di un pensiero, una protesta.
Bastava un leader. Per quel che resta, è mera questione di ruoli. L’ergastolo dell’umanità è l’uomo.
Non siamo colpevoli di essere nati, ma di essere morti inutilmente.
C’è un Hitler dentro ognuno di noi. E’ l’Hitler della sopravvivenza.
Chi sventola mimose è un codardo a vita.
Sto contando. Sto contando i mesi che mancano quando qualcuno, o qualcosa si deciderà per la prima volta di non ricordare e di provare pietà per Hitler e perdonarlo.
Parola di prostituta.
Siamo lieti di inaugurare, o forse è meglio dire “sono lieto” di inaugurare, visto l’estremo pudore che contraddistingue il resto della ciurma che io considero degli ottimi marinai, seppur da vasca da bagno, lontani dall’essere, come me, degli autentici pirati d’acqua salata; certo, loro a differenza di me ben sanno cosa vuol dire tracciare e seguire una rotta, si divertono a sturare pensieri tirando via il tappo della prevenzione “intellettuale”, ma ognuno è chiamato al mondo per una ragione ben precisa, e la mia è alquanto incerta; in ogni modo, credo che questa nuova sezione farà contenti loro e molti fan del blog. Me compreso.
La sezione di cui parliamo si chiama “Sottocoperta”, e conterrà post che parleranno di erotismo e pornografia.
Voglio dare il via a questa sezione con un’intervista fatta ad una prostituta, o meglio una chiacchierata, che prima di essere definita tale, è una cara amica. E soprattutto, una donna.

Non perdiamo tempo, tiriamo un cazzotto allo sterno di chi ci leggerà: ti piace scopare?
Sì. Mi è sempre piaciuto. Come piace a tutti, del resto. Non facciamo gli ipocriti. Si ucciderebbe, per il piacere.
E c’è una differenza tra scopare e prostituirsi, secondo te?
La differenza è palese. Il sesso è il comune denominatore. Se lo fai per “beneficenza” stai scopando. E sei anche contenta, il più delle volte. O almeno dovresti. Altrimenti sei un/una fuori di testa. Se lo fai con altri scopi, qualunque essi siano, allora ti sta prostituendo.
C’è una linea sottile che separa le due sfere, tutto sta nell’intenzione, è possibile?
Certamente. E’ tutta lì, la vita è sempre un’intenzione sbagliata. E poi sai cosa penso?
Cosa?
Penso che la gente giudica soltanto. Non sai quante si prostituiscono senza stare sulla strada. Senza farsi pagare. Ma la maggior parte non vede quelle persone. Ognuno di noi si prostituisce a modo proprio.
C’è, secondo te, un malessere, o meglio una solitudine di fondo in tutto ciò?
Sta tutto nella solitudine. E’ tutta colpa della solitudine che ci portiamo dentro, anche quando stiamo insieme.
Da quanto tempo fai questo lavoro, se così lo si può chiamare?
Chiamalo come desideri, tesoro. Il nocciolo è sempre quello. Scopare. Poi se mi arricchisco facendolo è un’altra questione. Ormai sono tre anni. Ma sto per smettere.
Cosa vuoi dire? Ti sei stufata?
Sì. C’è una parte di me che si è stufata. All’inizio per me era una trasgressione. Poi, ci si abitua anche a quel limite che si vuole superare. L’emozione è un cane in catena, ma senza la catena. Non so se mi hai capita. Mi divertivo. Volevo provare qualcosa di nuovo. Quando ho capito che potevo andare oltre, ho cominciato a farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Poi ci si abitua a fare anche la prostituta. Tutto diventa uguale, quella che prima vivevi come una trasgressione, ripeto, oggi lo vivo come se stessi facendo un lavoro qualsiasi.
Ti permette di vivere bene?
Tesoro, eppure dovresti saperlo… al mese guadagno più di tuo padre in un anno.
Adesso non dire così, che altrimenti pensano…
Che abbiamo scopato? Ahah! State tranquilli, con lui è sempre stato gratis.

Sì! Ma le ripetizioni sono sempre state gratis, precisiamo.
Certo! Perché, pensi che qualcuno aveva capito qualcos’altro? (sorride). Sì. Ti ho dato ripetizioni di latino per quanto, due anni?
Più o meno.
Chi leggerà, penserà che sia tutta una messa in scena, ed invece… la vita è così. E’ strana. Sono laureata in Filosofia. Una mignotta laureata in filosofia, non se ne trovano molte in giro. E crea delle alchimie bizzarre, sai? Anche con i miei clienti, ne capita qualcuno un po’ più curioso, e quando gli dico che sono laureata spalanca la bocca. Ne ricordo uno, un po’ perverso devo dire, che mi chiese di leggergli qualche passo di un filosofo, a caso, mentre mi penetrava da dietro.
E tu?
Gli ripetevo “panta rei”. Lui non capiva. Solo mentre se ne veniva su una chiappa ha voluto sapere cosa significasse.
Se non ti conoscessi direi che sia la tua filosofia di vita: tutto scorre.
Ogni notte, quando torno a casa, me lo ripeto. E me lo ripeto più forte quando faccio sesso con i miei clienti. Per quanto mi piaccia, è bene ricordarselo.
Cos’è che in fondo ti piace?
Dire che mi piace godere lo trovo banale. Mi piace vedere il volto degli uomini che mi faccio cambiare d’espressione. Mi piace osservare come delle apparenti persone perbene diventino durante l’orgasmo dei veri porci indomabili.
Che gente fa parte dei tuoi clienti?
Tutti i tipi. Imprenditori. Politici. Padri di famiglia. Vedovi. Gay. Trans. Lesbo. Operai. Muratori.
Quanto ti prendi?
Due, trecento euro per una manciata di ore. Oppure vado ad orgasmi. Ogni orgasmo cinquanta euro.
Ti hanno mai chiesto cose assurde? Posizioni strane?
Un ragazzo di una trentina d’anni. Era un habitué, voleva possedere ed essere posseduto. Si portava con se tutti gli oggetti più strani del mondo. Perfino un pezzo di legno intagliato. Se l’è fatto mettere dietro. L’aveva creato lui stesso. Un giorno dopo aver fatto sesso su una spiaggia, col pene ancora dritto mi ha chiesto di sposarlo. Mi ha dato un anello. Era dell’ex moglie. Io non ho risposto. L’ho guardato, gli ho fatto un pompino e lui se n’è dimenticato.
Si è dimenticato di sposarti?
Sì. Ha fatto cadere l’anello che aveva in mano tra la sabbia, tanta era la voglia possedere. Se l’è dimenticato lì.
Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
E’ semplice. Non c’è lavoro. Devo pur campare. Ormai non lo si riesce più a fare. Ma soprattutto, come ti ho detto, la solitudine. Il bisogno d’amore. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato seriamente. Così, mentre faccio sesso con degli sconosciuti, penso che almeno per un attimo qualcuno è disposto ad amare qualcosa di me, pure se si tratta semplicemente del mio corpo.
E’ duro ciò che dici.
Ma è la verità. Da soli non si vive. Non si può vivere. Chiunque sarà portato a farlo o finisce matto, o va a puttane.
C’è pur sempre la masturbazione.
Non è la stessa cosa. C’è bisogno dell’odore della pelle dell’altro. La mastrurbazione, per come la vedo io, ad una certa età è da sfigati.
Prima dicevi che vuoi smettere. Non ho capito bene il motivo.
Voglio smettere perché sono incinta. Perché ho guadagnato tanto, e posso permettermi di smettere. Ho incontrato un uomo. Un mio cliente. Ci siamo innamorati. La cosa è andata troppo oltre, a lui non gli interessa se continuo a fare questo mestiere o no. Abbiamo deciso di tenere questo bambino. Smetto per lui.
Quindi da oggi, smetti di essere Gaia Amor proprio, come ti fai chiamare.
Sì. Da oggi torno ad essere Vanessa. Quella Vanessa che hai conosciuto, e che tutti si sono dimenticati chi è sempre stata.
Canzone di un uomo triste.
Sono solo un uomo.
Quando mi dici che non ci credi più in questa storia
Sono solo un uomo
Quando a furia di mangiare fango ne sei pieno
Sono solo un uomo
Quando basta, mi licenzio, butto a terra i guanti, spaccatevela voi la schiena
Sono solo un uomo
Quando la radio non serve a farti smettere di pensare
Sono solo un uomo
Quando le preghiere non servono a farti smettere di soffrire
Sono solo un uomo
Quando la speranza non serve a farti tornare a vivere
Sono solo un uomo
Quando a furia d’innamorarti è passato anche l’amore
Quando a scuola il maestro non insegna la vita
Quando un amico si dimentica chi è sempre stato
Quando i consigli sono tanti brusii in un carnevale smascherato
Sono solo un uomo
Quando mando avanti i giorni come se spingessi una carriola
Sono solo un uomo
Quando mi fermo in autogrill per pisciare
Sono solo un uomo
Quando spengo la macchina per raggiungerti
Sono solo un uomo
Quando ho dolore ai piedi senza camminare
Sono solo un uomo
Quando urlo come l’eco che riverbera in un cesso
Sono solo un uomo
Quando a furia di chiudere gli occhi non so più come sognare
Quando a leggere non c’è che da perdere una pagina vuota
Quando ripongo i panni ancora bagnati nell’armadio
E lascio la porta aperta ad aspettarti
Sono solo un uomo
Quando preparo il caffè e non lo bevo
Sono solo un uomo
Quando sperpero senza comprare
Sono solo un uomo
Quando capisci che dentro l’amore c’è l’odio
Sono solo un uomo
Quando te la prendi con il mondo e resti fermo come un tronco secolare
Sono solo un uomo
Quando lo devi solo a te stesso
Non sono solo un uomo.

Ci sono giorni come questi.
Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.
Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?
E poi dite: “io vivo.”
Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.
Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.
Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.
Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.
Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.
Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.
Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.
Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.
Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.
Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.
Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.
Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.
Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.
Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.
Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.
Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.
Il solo attimo da cogliere è quello non colto.
Frank lingua mozza is back.
Ci sono giorni in cui vaffanculo.
Lettera a Satisfiction.
Caro Gian Paolo,
L’umanità ha perduto. Sin dal principio. Protesa verso un moto irreversibile. Pretesa da un futuro che non ha futuro. L’umanità ha perduto. Su una linea spesso discontinua, tende a delineare una parabola di coerenza che dovrà passare come segno, ricordo. Chi si ricorderà dell’umanità stessa, l’indomani? Quando saremo scomparsi, uno ad uno, chi adulerà la reliquia dell’essere umano? Chi avrà, non il coraggio, bensì la necessità di contemplare le follie di queste esistenze multiple? Siamo il brontolio dello stomaco di Dio. La sua fame. Verremo saziati e con sazietà spariremo.
Se dovessi rispondere alla domanda “cos’è la vita (?)” direi: “digestione”. La vita è digestione. Una digestione obbligatoria, anche quando si improvvisa una dieta imminente. Digeriamo da vivi. Verremo digeriti da morti. E non basterà nessuna Storia. Non sapremo che farcene della Storia. Poiché essa ha dimenticato da sempre, la parte più interessante dell’uomo. Vendendosi ai fatti. Agli avvenimenti consequenziali. Facendoci diventare best seller ambulanti da cattedre e salotti. Gravando su di noi come responsabilità doverosa: verso chi, e verso che cosa? Oggi, odiare un nero o un ebreo, non in quanto nero o ebreo, ma in quanto uomo e uomo, può passare per razzismo o ancora di più sotto echi nazisti. No. Voglio essere capace di “non sopportare”. Lasciatemi odiare, voi che odiate l’odio.
La Storia, dunque, finché è tale è ripetizione di schiavitù. E’ come una donna: può diventare un’ossessione.
Tutto ciò lo si deve ad un radicamento profondo di avvenimenti esistiti in parte. Dico in parte poiché, se è vero che si conosce solo ciò di cui si fa esperienza, episodi di massacri e conquiste non possono che essere solamente dei passaggi di memoria. E la memoria è architettura su carta.
Si è troppo attenti a guardarsi indietro per poter essere degli esperti di infiniti. Sfiancati non solamente dal nostro passato ma perfino da quello altrui. Che possa servirci da insegnamento, poi, è la più grande cazzata che voi possiate raccontare ai vostri figli: ripeteremo ogni giorno che la guerra è sbagliata puntando pistole alla tempia. Ad essere condannati, non dovrebbero essere coloro che restano fissi come stelle ardenti, anch’essi schiacciati dal fardello di un cielo oscuro, ma coloro che decidono chi far brillare e chi no.
L’ubriaco alla guida in una folle corsa contro se stesso finirà per condannare tutti gli ubriachi. In quanto uomini siamo colpevole di misfatti mai commessi. Del resto l’uomo, come l’artista, è un ripiego della società. E Satana solo sa quanto quest’ultima ci toglie mandando spacciatori di morte a dosi sotto i nostri terrazzi. Ci hanno domati riproponendo in una teca da museo quello che a loro più era gradito. Ma se ci fosse più Storia in tutta quella Storia che noi abbiamo perduto e che mai arriveremo a conoscere?

Come l’eremita che su un colle guarda la vastità che ha dinanzi, cessando la consapevolezza di essere egli stesso parte di un’infinità, così si è protesi sempre ad ambire ciò che non è in noi e per noi. Ciò che non siamo noi. E’ per questo che l’umanità ha perduto e perderà patrimoni di intimità e di ragioni.
Ho sempre pensato alla mente degli artisti e dei grandi pensatori: quanto del loro più privato vivere abbiamo smarrito; quanti pensieri geniali sono nati e morti e non hanno mai visto la luce, se non quello scintillare di neuroni folli nelle menti di Hemingway, di Rimbaud, di London, di Pasolini, di Alda Merini? Quante frasi sono state sussurrate da loro stessi ai loro amanti finendo nel pozzo dell’udito?
Posso anche sforzarmi di gioire per ciò che a noi è giunto, per essere nato in questa epoca e gustarmi più di duemila anni di “arte”, ma non posso non provare un senso di commozione per tutti i capolavori mai espressi e mai esistiti. Che lo vogliate o no, questa è la più grossa perdita del genere umano. La contraddizione dell’arte stessa. La sottile tragedia d’insensatezza propria di questa fucina di emozioni.
Dilagando ciò a ogni anima di ogni secolo, il presente è un cimitero senza morti.
I professori, i politici, gli studiosi, i preti, le puttane si illudono citando date e avvenimenti, dalla scoperta dell’America ai ventotto giorni del ciclo cerchiati di rosso sul calendario, per consolarsi e sopprimere l’angoscia di ciò che sappiamo ma non sapremo. E così, a furia di ricordarci dei grandi eventi, ci siamo dimenticati del dettaglio, spiraglio di vita vera.
Mi chiedo: è realmente questa la Storia che dovrebbero insegnarci? Perché, tutto sembra cambiare, tranne quell’aspetto indispensabile che sta alla base di una ragionata evoluzione: l’umanità delle persone.
Citando Goethe: “E anche se voi foste in grado di interpretare e di esaminare tutte le fonti, che cosa trovereste? Niente altro che una grande verità, che è stata scoperta da gran tempo e di cui non occorre cercare la conferma: la verità cioè che in ogni tempo e in ogni luogo la condizione umana è stata miserabile. Gli uomini sono stati sempre preoccupati e angosciati, si sono tormentati e torturati reciprocamente, hanno reso difficile a sé ed agli altri quel po’ di vita loro concesso e non sono stati capaci di apprezzare e godere la bellezza del mondo e la dolcezza dell’esistenza. […] Così è, così è stato, così anche rimarrà. Questo è dopotutto il destino degli uomini. Di quale testimonianza v’è ancora bisogno?”.
Caro Gian Paolo, forse solamente pensando che la Storia cominci da noi, potremmo iniziare a costruirne una?
Fabio Appetito
Oro-scopo. Ci siamo capiti, no?
“Tu sei atea?”“No, non credo in Dio”.Donna mentre legge l’oroscopo.(Frank lingua mozza)

Ariete: grazie all’ottimo posizionamento di Giove in collisione con Marte posto a trenta metri di distanza dal cornicione di Saturno che balla un Tip Tap con Venere che intanto se la fa con Pluto(ne) che scodinzola alla vista di Topolino che nel frattempo conversa comodamente su un’amaca insieme al suo amico intimo Dragon Ball mentre Federico Moccia con taccuino in mano si ispira contemplando Loredana Lecciso, e grazie soprattutto ai Testimoni di Geova che citofonano sempre nel momento esatto in cui sta uscendo il caffè o ti trovi in bagno a rilassarti sganciando bombe su pezzi di carta arrotolati per non far schizzare l’acqua del water che faresti bere a quei rompipalle degli operatori telefonici con cui meno vuoi parlare e più sei costretto a conversare, oggi non ti succederà un bel niente. Rilassati.
Toro: Pasqua è passata. Pasquetta è passata. Le feste sono finite. Il Primo maggio è domenica. Il due giugno è ancora troppo lontano. E le ferie rimaste sono minime. Vi starete domandando come mai Dio abbia pensato alla domenica come unico giorno di riposo. Poteva concepire la settimana pensando alla domenica come unico giorno di lavoro, ma non allarmatevi, le cose sono due:
1. Io sono un genio, perché ho pensato una cosa che nemmeno Dio ha pensato;
2. Io sono un genio, a prescindere. Detto ciò mi candido come prossimo Dio alle imminenti elezioni paradisiache.
Tuttavia ce n’è una terza:
3. Dio non esiste.
Ma questa è seria.
Gemelli: in questa giornata potreste decidere di risolvere tutti i problemi delle persone che vi sono intorno e questo comporterà molto lavoro, molta pazienza, molto tempo e soprattutto un coinvolgimento emotivo, intellettivo, spirituale, antropologico, sociologico, filologico, filosofico non indifferente.
Vi hanno già scambiati per Dio. In bocca al lupo.
Cancro: il medico si è suicidato. A sostituirlo c’è una delicatissima tettona con calze a rete e labbra airbag in grado di inghiottire un cono gelato intero. Bisex.
Oggi, di sicuro non vi sentirete molto bene.

Leone: siete nati lo stesso giorno di Raul Bova. Peccato che vostra moglie vi ripeta continuamente che secondo lei, c’è una profonda somiglianza tra voi e Magalli.
Vergine: … a questa età? Non vi vergognate?
Bilancia: quest’oggi potrete farlo. Potrete andare di là, in cucina, mentre vostra madre sta preparando la cena e vostro padre sta tentando di azzeccare la parola giusta della ghigliottina, voi potrete piazzarvi nel mezzo della stanza e urlare quello che più desiderate: “Sono gay”, “Ho vinto centomila euro”, “Basta, ho deciso, scappo via”, “Ho investito una vecchia oggi pomeriggio, mi dispiace per la macchina, papà”. Niente.
Le stelle nella loro composizione notturna inietteranno uno strato di calma immobile nei lori cuori.
Ma attenzione: le costellazioni mi hanno suggerito di dirvi che c’è solo una cosa che non deve essere detta, onde evitare che al vostro “Mamma, Papà, sono stata/o a letto con Berlusconi” vostra madre esulti con il mestolo in mano e vostro padre esordisca urlando “Sii laudato Cavaliere, mia figlia è sistemata”.

Scorpione: se continuerete nella giornata ad insistere sagacemente sottolineando i difetti del vostro uomo o della vostra donna, accusandolo/a di non capire nulla, di essere una persona distratta e insensibile, egoista e addirittura ritardata(ria), e se tutto l’impegno che avete profuso nell’annullare la stima del partner non vi è ancora bastato, e avete insistito perseguendo il detto “meglio soli, che male accompagnati” o addirittura avete sbiascicato sottovoce il pensiero “chi me lo ha fatto fare”, giudicando eccessiva una piccola e innocente pennichella di due minuti al margine di un discorso apparentemente importante, oggi, un vaffanculo non ve lo leva nessuno.
Sagittario: stasera va in onda l’ultima puntata dell’isola dei famosi: mai come questa volta proverete un senso di innata e inusuale Felicità.
Capricorno: non vi sorprendete troppo se le persone che vi sono intorno non avranno la decenza di prestare attenzione alle vostre questioni,di solito non fate che sparare stronzate.
Acquario: l’astrologia detta una legge; in realtà è mia nonna che l’ha dettata: “le méglio mele, sse le magnano ì pòrci”.
Traduzione: “le migliori mele, se le mangiano i porci”. Le donne sicuramente non avranno problemi a capire questo concetto essenziale, ma agli uomini va spiegato:
mela = bella donna (per non dire un pezzo di..);
porci = uomo brutto e panciuto, di solito sistemato.
Ora, per tutti gli acquario “maschi” il problema per questo mese sarà il seguente:
Se le migliori mele se le mangiano i porci, ed io sono un porco, poiché brutto, dovrei mangiarmi una delle migliori mele in circolazione, e quindi, avere al mio fianco una donna bellissima, che in realtà non ho. Il che significa dunque che non sono un porco; se non sono brutto sono automaticamente bello e da uomo bello dovrei avere una donna altrettanto bella al mio fianco, che non ho. Vorrà dire che non sono né porco, né tantomeno mela, poiché né bello né brutto.
Sono una via di mezzo, e da che mondo e mondo, le vie di mezzo restano inculate.

Pesci: questo mese per voi sarà indimenticabile, infatti sarà l’ultimo.





