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Rinvio a giudizio universale

Ecco. Tutti a dire che Andreotti è morto. Ma noi vi diciamo che se Andreotti è morto, è morto anche il Male. E se è morto il Male, non esisterà più nemmeno il Bene. Non esisterà più la figura della controversa logica dello Stato, del potere allo stato puro. Perpetrare il Male per garantire il Bene.

Invece ora ci rimangono solo ipocriti e mediocriti mangiatori di buoi. Mangiatori di carne in putrefazione. Oppure visi con camicia e maglioncino pulito dell’onestà. Quelli che l’onestà la trovano dietro la scrivania dell’ufficio.

Non è un’apologia. Ma è il rinvio al giudizio. Universale.

Il post sulla domenica post-Pasqua

La domenica, come si sa, è il giorno del Dominus. Oggi mi sento servo hegeliano e non parlo. E domani che è lunedì si potrebbe  far partire la rivoluzione, ma come al solito, barbieri, parrucchiere et affini  la scamperebbero. Allora, ecco.

È il martedì il giorno in cui scoccare il dardo rivoluzionario.

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Psicologia del locale (parte 3)

E siamo arrivati probabilmente ad uno degli ultimi pezzi di empirica analisi sui locali, dopo la prima e la seconda parte! Per le prossime volte, vogliamo invitarvi a cena, se ci siete. Magari a Roma, perché no? Seguite le seguenti regole, però.

Se davvero dovete mettervi a tavola (come se esistesse una posizione specifica “a tavola” che, a mia memoria, non esiste nemmeno sul Kamasutra), evitate innanzitutto qualsiasi discorso sull’etichetta. Sui gomiti, innanzitutto. Non sul tavolo, non a metà avambraccio. Ma solo e sempre alzati.


Delle cose che affascinano dello stare “a tavola” (scusate, ma ogni volta che ripeto questa espressione penso me, buttato su una tavola da stiro, mentre chiedo pietà per i miei peccati e un ferro da stiro-formato-alieno che arriva dall’alto) è proprio come si svolge il dialogo tra le persone. Appena ci si siede e non ci si conosce, ci sono quei momenti di imbarazzante silenzio in cui effettivamente si osservano i piatti, coltelli e i bicchieri. Cameriereeeee, manca un bicchiereeee. Magari, perché no schioccando le dita e, facendo finta di sapere il francese, chiamarlo garçon. Ma questo richiamo meglio riservarlo per i vostri Bobby, Lessie, Rocky, Stella, Fuffi ecc. ecc.

Alcune volte, abbiamo bisogno di uno schiocco abbastanza energico.

Improvvisamente l’attenzione della tavolata (dove tavolata indica il prodotto del subconscio della tavola) viene indirizzata verso un discorso qualunque che generalmente ha argomenti al centro come sesso, politica, sesso, politica, gossip, sesso o politica. Una persona si ritrova al centro dell’attenzione mentre dice e snocciola qualunque teoria su un qualunque degli argomenti innanzipoco citati. E tutti ascoltano e, vuoi aperta difesa della psicologia, nessuno o replica o al massimo concordano tutti.

Nel caso in cui qualcuno replica:
a. viene soffocato
b. viene invitato a bere vino
c. viene invitato in quel momento dal Presidente degli Stati Uniti a tacere.

Mentre la tavolata continua a produrre i propri effetti, il cameriere-prodotto-conscio arriva a chiedere con aria abbastanza convinta: “Fatto? Possiamo?” Premesso che a. “Fatto?” me lo diceva mia mamma quando ero sul vasino; b. nessuno vuole giocare con il cameriere (o cameriera, scusate, mi dimentico il politically correct), si arriva davanti al silenzio dell’umanità di fronte ai più atroci delitti. Nessuno ha una minima idea di cosa vuole. “Senta, scusi, può tornare tra poco?”.


Nella tavolata, ormai diventata prodotto-cosciente del tavolo, cala il silenzio. Massima concentrazione sui menu. Scorrono veloci gli occhi piatti da 20 euro in su. La salvezza. La pizza. Meno di dieci euro, dove ti va bene. Poi chi preferisce i primi, ma tutto in silenzio. Improvvisamente i primi singulti: “Tui cosa prendi?” “Non lo so” “Neanch’io lo so” “Solo primo ragazzi” , dice uno. E tutti ne riconoscono l’autorità. Tutti convengono con il re-parla-mentre-menu-legge. Lui è l’unica persona che è stata capace di parlare e leggere allo stesso momento.

Il cameriere uscirà stremato. Stremato, ma felice. Tutti hanno il loro primo, il loro-primo-ma-lo-dividiamo-quindi-due-forchette ecc. ecc.

Scusi, ma si potrebbe avere un po’ più d’olio? Si potrebbe abbassare leggermente la televisione? (E lì il cameriere sufficientemente stolido vi dirà che il televisore non si può abbassare perché fissato sul muro e ci vorrebbe almeno un cacciaviti) Si può chiedere il conto separato, ma noi due invece insieme? Ecc.ecc.

Cameriereeeeeeee!

Sì, cameriere. Un sandwich al formaggio con insalata di cavolo e maionese.

Anche i bicchieri hanno un’anima

 

“Ma secondo te i bicchieri hanno un’anima?”, le chiese. “Possibile. Io ho sempre pensato che ci debba essere un senso in ciò che ci circonda”. “Mi pare assurdo. Non posso pensare che un bicchiere abbia o no piacere di servirmi del vino”. “E se davvero fosse così?”. “Ma non possiamo provarlo, dico!”. “Secondo te, cambierebbe qualcosa?”. Ci pensò un attimo. Non sarebbe cambiato proprio nulla. Nemmeno che lui fosse esistito, sarebbe cambiato. “No, non credo cambierebbe qualcosa”. “Allora, meglio creare mondi e immaginare il mondo abitato”. “Scusa, e come distingui poi un bicchiere di carta, vetro, plastica, ceramica o …” “Non saprei. Tu ti chiedi come distingui uno basso, da uno alto o da uno moro?” “No, ma so che brinderebbero” “Hai ragione”. Presero i bicchieri e si guardarono negli occhi.

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Eletto il silenzio

Finalmente un po’ di silenzio ci voleva. Ci voleva perché c’è chi ha abusato della parola, chi ha pensato che fare teatro fosse come fare campagna elettorale e chi pensava che si poteva fare campagna elettoralandando a teatro, chi ha pensato che le parole dette a vanvera avrebbero comunque coperto il silenzio degli altri, chi ha usato parole oneste per dire vere menzogne, chi ha parlato di una sinistra più sinistra in cerca di sinistri figuri. Un po’ di silenzio ci voleva, ci voleva perché non ci sono i buoni e i cattivi, come vogliono farci credere. Ma ci sono gli italiani e i “nuovi” italiani, buoni e cattivi, chi è più buono e chi è meno cattivo in una scala di grigi infinita. Proprio come noi. Proprio come loro.

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Dichiarazione precaria di un precario

 

– Sono precario perché l’equilibrio è una stronzata che ci hanno fatto credere. La medicina che ci danno ogni giorno per rimanere chiusi nei manicomi.
– Sono precario perché il mio cuore ha un contratto a progetto con la vita.
– Sono precario perché la cultura fissa l’ho sempre considerata noiosa. E poi scroccare il   caffè è un’arte.
– Sono precario perché non ho sostanza, ma solo accidenti.
– Sono precario perché è colpa mia quella di non cambiare Paese invece di cambiare mestiere.
– Sono precario perché mi ripeto ogni mattina che finirà prima o poi, sperando che non finisca.
– Sono precario perché se è più facile licenziare pensando che sia più facile assumere, allora voglio essere tolto dal mio posto per giusta causa.
– Sono precario perché ancora me ne importa degli altri.
– Sono precario perché almeno ho ancora la possibilità di non far scioperare il mio cervello.
– Sono precario perché sopravvivo in questa vita: passo da un lavoro all’altro come un attore da palcoscenico.

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Fenomenologia del tappetino sottopiatto

Tra le varie forme dell’ente più da contempleare vi è sicuramente ciò il cui nome di derivazione storica incerta è il tappetino sottopiatto o con maggior precisazione sottociotola. Purtroppo tali forme dell’ente passano solitamente sotto-osservate, non considerate per il proprio ruolo fondamentale e sostanzialmente invisibile. Ahimè, rilegati ad un’infame posizione: quella di sostenere, muti testimoni, la lordura delle briciole e della mayonese caduta dai fritti.

Purtroppo, in questa società, come è normale  che accada la sottovalutazione delle capacità è regola. I tappetini, innanzitutto, non sono tutti uguali. Innanzitutto, i tappetini antscivolo, quelli ignifughi, quelli della domenica, quelli della sera e del buongiorno, quelli per chi è appassionato di cucina e quelli con i disegnini per gli adulti, quelli personalizzati, quelli-che-rispettano-la-tradizione-giapponese ecc. ecc.

Almeno, già si è fatta chiarezza nel fatto che i tappetini sono diversi tra loro e guai chi, con la fregola della sciatteria, vada a parlare di tappetini in generale. Sia, chi lo fa, bandito dalle tavole. Soprattutto per chi non comprende a cosa servono i disegni per gli adulti mentre si mangia. Di cui un esempio:

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Ma, come mi apprestavo appunto a dire, i tappetini servono a molto di più. Il principe dei tappetini, infatti, rimane quello-che-rispetta-la-tradizione-giapponese. Esso è il tappetino del Prescelto.

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Si sarebbe potuto salvare con un tappetino sottopiatto da difesa personale

  1. Può essere utilizzato nelle scene più difficili quando nei film sugli antichi popoli del Mediterraneo essi devono leggere pergamene. La sua capacità accartocciativa è incredibile.
  2. Esso può essere mosso simulando un verme sul tavolo (scoperta che il nostro blog è fiero di sottoporre al mondo accademico).
  3. Il tappetino che-rispetta-la-tradizione-giapponese può fare l’onda.
  4. Il tappetino può sostituire, se posto in verticale, le più brutte opere di arte post-contemporanea.
  5. Il tappetino può essere usato come copri-avambraccio destro in caso di battaglia con Ken e Naruto.
  6. Esso, arrotolato completamente, può essere posto alla base della bocca e, lasciando la parte superiore, può essere rilasciato in modo da far sembrare che esso sia una lingua gigante: classico esempio di gran burloni.
  7. Il tappetino-che-rispetta-la-tradizione-giapponese è il terreno ideale per praticare il moonwalk.
  8. Richiamando l’attenzione con il coltello, dando 3 rintocchi nitidi, può essere usato per leggere i nostri proclama che più ci aggradano.
  9. Può essere usato come primo tentativo di slittino per principianti.

Per il resto, chiamate Neil il grande artista.

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Il dodecalogo del portatore sano d’agenda

  1. Non avrai nessuna agenda al di fuori di quella che hai già.
  2. Se qualcuno ti chiede se hai impegni, risponderai sempre ‘devo vedere’. Gli spazi saranno bianchi e quelli che non sono bianchi sono occupati dal gioco del tris e dell’impiccato
  3. L’agenda ti impone di cancellare quando ti viene chiesto ‘dai, trova uno spazio per me’. All’occorrenza scrivi quello che non avresti comunque fatto e cancellalo per far piacere a chi ti chiede di trovar-gli/le comunque spazio.
  4. Avrai bisogno della tua agenda solo per i due primi mesi. Quando avrai capito che in palestra ci dovrai andare sempre e comunque solo lunedì, mercoledì e venerdì ne potrai anche fare a meno.
  5. Si sa che 10 righe divise tra sabato e domenica sono sempre troppo poche per tutti gli impegni del weekend.
  6. La tua agenda non ti servirà per prendere il contatto facebook della tipa appena conosciuta. Molto più comodo uno smartphone. Ma non ti preoccupare: lo stile anni ’90 non tradisce mai.
  7. Non c’è niente di più bello che mettere una barra sulle feste in cui è vietato per convenzione chiamare per lavoro.
  8. Se sei uno stakanovista, l’agenda sarà il tuo più bel regalo per quest’anno.
  9. C’è chi ha l’agenda in pelle, chi quella della banca o del macellaio di fiducia. Ma vuoi mettere che il tuo amico figherrimo ha quella della Camera dei Deputati?
  10. Non c’è nulla che la tua agenda non sappia fare. Tranne mentire. A te stess*.
  11. L’agenda altrui è sempre più bella. Fattene una ragione.
  12. Non ti stupire che a fine anno non avrai più spazio. Anche quest’anno ce l’hai fatta. Ed hai superato il 21 dicembre 2012.

Altrimenti cercate un’agenda più tecnica.

Psicologia del locale (parte 2)

Dopo la fortunata serie di incontri con locali pieni e vuoti di cui si è parlato in qualche articolo più vecchio, adesso facciamo finta di entrare in un locale. Devo dire che facciamo finta perché vi ricordo che comunque siete arrivati sulla nostra nave e probabilmente non lascerete più. A patto che corrompiate Lordbad.

Comunque. Entriamo in un locale. Anche qui la psicologia del senso piucchecomune ci permetterà di analizzare situazioni al limite dell’abbonamento dallo psicanalista. Appena entriamo, abbiamo la sensazione che tutti ci guardino. Proprio noi, lo straniero. Già mi immagino le porticine del saloon, noi che entriamo con il calcio, le nostre Converse con lo sperone e uno che dice: “Billy, portami da bere”.

Niente di tutto questo: tutti vi guardano perché :

a. avete un amico/a da paura

b. avete un amico/a che fa paura

c. avete una paura che fa amico/a

Siete entrati, un lungo corridoio vi separa dall’agognato bancone. No, prima troviamo il tavolo. La ricerca del tavolo, è risaputo, è l’inizio censurato del libro della giungla. Come avrete modo di notare ci saranno tartarughe ninja dappertutto, tra voi e il tavolo trovato. Tutti tenteranno di sporcare la vostra maglietta pulita messa solo per uscire. Ecco che si apre la seconda scena: ora siete Neo. State schivando i colpi. Certo, schizzi di birra, pallottole di ketchup e/o mayonese, starnuti arrivati a rallentatore sulla vostra schiena, unghie forcinate che penzolano dalle sedie.

Lo sgambetto finale. Ma ce l’avete fatta. Ora avrete cuore di chiamare Mc Guyver. Hey Mac? Hey ciao Tom da quanto tempo! Sei una pippa.

Dovete ordinare. Ordinare: la parola risuona vuota nella vostra testa. L’ultima persona che avevate sentito ordinare era il sergente Hartman. Lui ordinava. C’era chi obbediva e gli portava senza fiatare rum&coca. Voi non siete il sergente Hartman. Siete il soldato Palladilardo e dovete montare e smontare la cameriera che non arriverà. Allora decidete di alzarvi dal tavolo. Dite al vostro amico di aspettarvi un attimo. L’attimo fuggente che durerà all’incirca l’intera serata.

Ecco cosa intendo. Ordinare un mojito.

Arrivate al bancone. Chiedete due mojito. Sapete che i barmen sono creature infide. Loro cercano di sfidare la vostra intelligenza o non capiscono cosa sia l’intelligenza. Due mojito, per favore. Qui si aprono vari universi. Il tipo vi risponderà:

a.Yo no hablo espanol, senor.

b. Abbiamo fumato già tutta la menta.

c. Non abbiamo il mojito, ma possiamo benissimo portarti la coca-cola con ghiaccio.

Era destino. Era destino che quella serata non era la tua serata. Ritornerai indietro, sconfitto, con due coca-cole con il ghiaccio già sciolto. Il tuo amico avrà fatto amicizia con altri. Scopri che anche lui ha il pollice verde. Già stava parlando di menta.

Non c’è bisogno di mettere fretta alla pioggia.

 

Ci sono momenti della tua vita che vorresti davvero aver fatto altro. Ti chiedi perché dopo 22 anni ti trovi a mugugnare davanti un’impossibilità, oppure perché a 48 anni ti trovi a dover ricominciare daccapo. Ci sono, tra l’altro, quei momenti che vorresti cancellare, che vorresti eliminare. Che sono inutili. Inutili, punto e basta. Quei momenti d’ansia per fare qualcos’altro o quei momenti che sono ponte per fare qualcos’altro.

Esempio: il tempo che ci mettete dalla porta di casa vostra all’auto. Da casa vostra all’autobus. Dall’autobus alla classe dell’università. Dall’ultimo scalino prima della spiaggia al mare. Momenti morti. Quei momenti che desidereresti mettere un bel forward. Premi tasto, avanti.

Ci penso spesso: mi trovo a camminare e ad arrivare a dei punti per poi unire altri punti, quando sarebbe molto più comodo avere un comando che ti permetterebbe di vivere la vita on-demand. Eppure, ultimamente, mi sono convinto del contrario.

E me lo ha spiegato il mio comandante, Lordbad. Mi ha detto il vegliardo: ‘Vedi, non puoi semplicemente pensare di togliere dei momenti semplicemente perché pensi sono meno speciali di altri. E ti faccio anche un esempio. Prendi per esempio la goccia di Chopin. In quel componimento c’è una sola nota che sbatte e ribatte durante l’intera composizione. Ecco, se togli quella goccia, pensi che la vita sarebbe uguale? È come se, andando avanti, togliessi il senso della melodia. Non puoi pensare alla vita come l’insieme degli attimi che tolgono il fiato, ma come il fiato che esce dalla totalità degli attimi’.

Allora,  mi metto ad ascoltare la goccia. Scorre. Non c’è bisogno di mettere fretta alla pioggia.

La Champions dell’altro mondo

L’incontro c’è quando si incontrano due anime.

Oggi in cimitero c’è traffico. I fiori si vendono più del solito, nonostante la crisi. La fioraia è più sorridente del solito. Anche la morte può portare le sue piacevoli conseguenze. Le giornate buie sono fatte per capire quanto invece il sole ci può scolpire le nubi che abbiamo in testa.

“Lei mi dica, di che morte è morto?” “Io sono morto di ignavia” “Bene, gli ignavi da quella… anzi no, decida lei da quale parte stare. Stavolta potrà farlo. Circolare prego!”, dice il vigile facendo un gesto circolare che potesse direzionare il gruppo degli ignavi. Rimasero lì a guardare, andarono avanti.

“E lei, e lei?” “Io sono morto perché ho avuto un incidente con il paracadute” “Perfetto, proceda pure, per i folli la via in fondo a destra. A lei sarà destinata una nuova vita”.

Per la salvezza, altrimenti, stipulate un’assicurazione sulla vita.

Gli altri iniziano a protestare. “E’ un’ingiustizia” ,dice un vecchio magistrato. “E’ una porcata!”, grida un politico. “Hey, anch’io sono folle. Scusi, volevo dire: ero folle”, dice qualcuno.
“Si identifichi”, dice il vigile. “Io sono morto di troppo lavoro”. Si levò un mormorio. “Anch’io lavoravo tutto il giorno”, disse un lobbyista borbottando. Il vigile fa passare il primo e spedisce il lobbyista a far pressione sulle persone paurose ed ad apparire di tanto in tanto davanti le porte delle persone disoneste. “Sempre a me tocca questo sporco lavoro…”, bofonchia l’anima lobbyista.

“I choosy vengano da questa parte” , grida il vigile. Di un tratto quasi tutte le anime si dirigono dal vigile. Chi vuole un’aula più grande, chi vuole spaventare un magnate, chi vuole un contratto a tempo indeterminato prima di partire, chi vuole poter seguire la propria passione spaventando le vecchine, altri che se la vogliono prendere con gli uomini in generale, chi pretende meritocrazia: il migliore spaventa i più difficili da spaventare. Il vigile non ha mai visto tanto baccano in un cimitero. Fischia tre volte.

Un’anima che fino a quel momento non ha neanche mosso un dito, si alza e dice: “Ma oggi gioca la Champions dell’altro mondo!”

All’annuncio della champions, tutte le anime trovano pace, il traffico non c’è più, ciascuna si trova spontaneamente un loculo nel quale seguire la partita eterna, interrotta di tanto in tanto da fumogeni fatui e sussurri di tifoserie avverse.

Oggi in cimitero non c’è tanto traffico. Le persone arrivano, mettono i loro fiori e camminano in silenzio.

Frittate esistenziali

Non era arrivato mai ad avere dubbi su se stesso. Pensava a se stesso come un’unità, un uovo primordiale che mai sarebbe esploso o schiuso. Non c’era niente da scoprire in se stesso. Aveva letto 5 volte di seguito Siddharta di Herman Hesse e lo aveva illuminato. Aveva pensato che sarebbe stato un principe per sempre o che avrebbe giocato con gli uomini sempre standosene da parte. Quando aveva diciotto anni andò naturalmente all’università perché così era stato stabilito. Non c’era stata scelta, dubbio, ritrosia. Quello apparteneva agli umani, apparteneva al regno del dubbio che era il regno degli dèi a metà, di quelli che non sapevano dell’unità. Andò all’università perché così doveva essere, scelse alcune compagnie e ne rifiutò altre con la stessa naturalezza con cui la pioggia cade e con cui la gravità ruba le mele agli alberi.

Ma non sapeva che c’era l’esercito delle uova ad aspettarlo.

Non c’era incrinatura, spazio, modifica. Quello era per gli altri, il regno di chi mai avrebbe conosciuto. La naturalezza della vita lo portò ad un viaggio e conobbe gente che non aveva programmato. Si sentì vicino alle persone che aveva conosciuto, ma non erano membri del suo regno. Li sentì coraggiosi: avevano preso la propria vita di petto. Gli dissero che non c’erano scelte migliori, ma che c’erano scelte e che il mondo è un armadio da cui scegliere i vestiti. Non importava la marca. Alcune di queste persone avevano lasciato la famiglia, altre avevano attraversato oceani, altre erano diventate bariste o altri si erano trovati a difendere i diritti degli animali.


Non erano pentiti. Avevano rotto l’uovo del così-doveva-essere. Si sentì un viandante. Si accorse del mondo e si accorse del fatto che non poteva più evitarlo. Era uno straccio: prese con sé il dubbio, coccolava il dubbio, ma il dubbio non coccolava il suo sé. Ora poteva cavalcare il mondo, liberarsi del guscio. Si sentiva male: è la globalizzazione, baby.

Valeva tutto: le ombre, le luci, le cose vecchie e nuove, quelle brutte, le persone che ti raccontavano dei viaggi in vela e di quelle che mai si erano spostate dal proprio quartiere. Decise che voleva scrivere un inno al mondo e alla brevità della vita.

Quanto è stupida la vita, pensò, ora vorrei una frittata.

Giochi domenicali in carcere

 

Non ho mai avuto così tanto piacere nel giocare a prato Fiorito.

Psicologia del locale (parte 1)

Purtroppo sarà capitato a tutti. La disgrazia di vedere un locale assolutamente pieno e uno vuoto. Uno a fianco all’altro.  Sicuramente questo è determinato, direbbe un economista, da un’assenza di pianificazione economica se non da una certa concorrenza scorretta. Se, infatti, i due proprietari avessero letto la teoria sui punti di equilibrio, probabilmente avrebbero guadagnato su una mezza birra, piuttosto che uno rimetterci e l’altro vendere una birra intera.

Certo, nuove teorie economiche avrebbero messo in piedi su il fatto che i soggetti hanno delle aspettative e che la somma finale di comportamenti razionali produce un risultato completamente irrazionale.

Okay. Respiro. Il filosofo sicuramente introdurrebbe invece la teoria dell’interpretazione dello spazio come enucleazione del fattore alcolico. Ne avevo un amico che diceva così ed era filosofo. Ora sta dietro il banco del locale vuoto. Per questo ho deciso di non prendere filosofia.

Rimane comunque il fatto che non c’è compensazione tra i due locali e allora ho consultato un mio amico psicologo. Con fare succinto, aveva troppi pazienti da disintossicare da facebook, mi dice che i bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoto sono in realtà solo relazioni sociali. Cioè c’è chi beve di più e chi beve di meno. E forse quello vuoto fa bere di meno chi cerca il bicchiere mezzo pieno. L’ho guardato con la stessa faccia che avrebbe una persona che cerca il bicchiere mezzo pieno davanti ad un bicchiere mezzo vuoto. Effettivamente sembravo un po’ sbronzo mentre lo guardavo e questo mio amico psicologo mi ha chiesto se anch’io fossi affetto da facebookite. Risposi che di affetto per facebook non ne avevo mai avuto.

Ho deciso di fare un elenco.

-          Il locale vuoto è vuoto perché è vuoto

-          Il locale vuoto non prende fondi dalla Regione Lazio; l’altro sì.

-          Il locale pieno è frequentato da cloni

-          Il locale è pieno perché ci sono poche persone piene

-          Scambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Il locale vuoto diventerebbe pieno e il proprietario del locale pieno si incazzerebbe perché diventerebbe vuoto.

L’ho presa sul personale, come sempre. Ho deciso di andare a riempire il locale vuoto. Per questo non ho mai incontrato f**a.

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