C’è crisi in paradiso

Berto allargò le braccia, fece spallucce e rivolgendosi al suo collega disse “Che sono morto a fare?”

L’altro, annuendo convinto, rispose “A chi lo dici? Mi sembra una vita che sono qui! E non ho mai visto un cambiamento!”

“Sì, sì! Fanno sempre così! Prima ti promettono il paradiso e poi quando non gli servi più ciao ciao!” – un terzo si era inserito fra i due.

“Ma deve esserci una soluzione! Insomma è o non è nei nostri diritti avere il posto eterno?”

“Seee, il posto eterno! – lo articolò il suo collega mentre saliva su una scala per appendere uno striscione a un palo della luce divina – Il posto eterno sai a chi lo danno? Ai raccomandati! Altro che meritocrazia!”

“Vero, verissimo! – disse il terzo che si apprestava a reggere la scala per aiutare l’altro a posizionare lo striscione – Sapete chi sta dentro quella fabbrica con contratto a tempo eterno? Il figlio del calzolaio!”

Berto scosse la testa “ Quel buono a nulla!”

“Dicono che abbia i requisiti!”

“Quali requisiti? Sentiamo!” – disse Berto poggiando le mani alla cintura e portando il petto leggermente infuori.

“Le solite buone azioni! Pare che il curriculum sia pieno di buone azioni fatte in vita!”

“Ma se in tutta la sua vita non si è fatto altro che le canne!” – disse il collega dello striscione che intanto aveva allacciato un filo.

“Magari farsi una canna è una buona azione!” – disse ridendo un quarto lì vicino, che ascoltava e seguiva la conversazione nel mentre che era indaffarato a scrivere con la bomboletta spray su una parete di nuvola.

“C’è poco da ridere! La verità è che quello è stato assunto perché era figlio di calzolaio!”

“Bravo! Niente di più vero! La Rivoluzione si dovrebbe fare!” – lo incalzava un altro nella piccola combriccola che si andava formando.

“Qui basta che sei figlio di calzolaio, di falegname, o disoccupato che subito hai il posto eterno e tanti saluti a chi laggiù comandava e lavorava!”

“Sì, vaglielo a spiegare te quanto è difficile vivere con i soldi di papà! Qui non lo capiscono!”

Intanto arrivavano altri gruppetti di persone, tutti appendevano cartelli o qualche altro striscione. Per quel giorno era prevista una manifestazione di massa davanti ai Cancelli della “Fabbrica delle Virtù”, una delle più grandi e tradizionali di tutto il Regno dei Cieli.

Iniziarono a formarsi dei cori, qualche fischio, qualche applauso, in direzione della Fabbrica.

Poi arrivò l’Arcangelo Michele da oltre i cancelli, ali spalancate e braccia protese.

“Vi prego! Amici, compagni! Non fate così! Entrate e andate a lavorare!”

“A Miché ma vaffanculo!” – urlò uno, subito seguito a ruota da tutti gli altri.

“Compagna ci sarà tua sorella! Non prenderci per il culo!”

L’arcangelo sbatté le ali, si erse due metri da terra in modo da averli tutti sott’occhio e disse “Vi annuncio che di questo passo non arriveremo a nulla! Fate i buoni! Su! Andate a lavorare! Per il bene di tutti!”

Berto si era arrampicato su un palo e, fattosi passare il megafono, urlò, richiamando l’attenzione di tutti:

“Vogliamo più garanzie. Vogliamo un aumento della felicità e una beatitudine che sia a lungo termine. Non siamo disposti a trattare sulla serenità d’animo! Le nostre anime non si toccano! Inoltre chiediamo più giustizia! – la folla lo applaudiva, Berto iniziò a scaldarsi – lei di lavoro fa l’arcangelo, si mette lì, controlla, dirige e noi produciamo virtù. Siamo stanchi di produrre virtù se questi sono i risultati! – diversi “bravo” e “siamo con te” lo raggiunsero – Vogliamo il posto eterno! La beatitudine non ci basta! Già a metà mese abbiamo esaurito tutta la nostra pazienza! Mi dice lei come facciamo ad arrivare a fine mese! Giustizia! Chiediamo giustizia!”

L’arcangelo Michele a braccia conserte ascoltava e scoteva più volte la testa, poi di espresse.

“Avete chiesto giustizia! E giustizia avrete!”

E sparì in volo.

Non passò molto tempo che sentirono i cori celestiali che precedevano l’arrivo delle camionette di angeli. Un angelo scese dalla prima angel-mobile con i lampeggianti accesi e la musica celestiale che aveva invaso l’ambiente.

Era un angelo combattente. Guardò la folla, gettò in terra la sigaretta che stava fumando e mormorò qualcosa. Subito dalle camionette scesero i primi contingenti di forze dell’ordine angelico, armati di caschi e scudi e si disposero a blocco tra gli operai e i cancelli della Fabbrica della Virtù.

“Abbiamo chiesto giustizia e voi ci mandate gli Sterminatori?”

Berto scese e radunò un gruppo di persone.

“Dobbiamo sfondare il muro e occupare la fabbrica.”

“Andiamocene Berto! Le cose si mettono male!”

Nel mentre che discutevano la folla rumoreggiava. Poi arrivò il primo lacrimogeno.

“Che cosa buttano?”

“Per tutti i diavoli! Ci stanno buttando addosso la Temperanza per placare gli animi!”

“Non respiratela!”

Le urla si fecero confuse. Alcuni colpiti dal gas temperante già lacrimavano e dicevano “Sì, sì, ragioniamo insieme, troviamo una soluzione! Siamo pentiti! Chiediamo perdono! È tutta colpa nostra!”

Berto e altri si erano allontanati a distanza di sicurezza.

“È la procedura standard. Iniziano con la temperanza per tenerci a bada.”

“E ora cosa faranno, Berto?”

“Ora ci perdoneranno.”

“Ma non abbiamo fatto niente. Non abbiamo nessuna colpa. Di cosa dobbiamo essere perdonati?”

Berto scosse il capo, amareggiato.

“È così da sempre. Loro perdonano gli innocenti.”

“Ecco, arriva la luce del perdono. State giù!” – gridò qualcuno.

Si sentì un boato silenzioso e carico di una luce intensa e bianca. Poi nulla più.

Berto si guardò intorno e si rese conto di averli persi tutti. Tutti, in lacrime o sorridendo, rientravano in fabbrica. “Ringraziamo il buon Dio che ci dà lavoro!”

“Sempre sia lodato!”

“Benedetto questo giorno!”

Berto scosse la testa, si rialzò, gli agenti angelici stavano perquisendo i manifestanti rimasti a terra, qualcuno, tra i più riottosi, era stato arrestato.

Defilò svelto in un vicolo nei dintorni, quindi intraprese la strada che lo portava al solito ritrovo.

Appena entrò nel bar un caldo olezzo lo travolse in pieno. Berto inalò l’aria a pieni polmoni e sorrise pensando che ogni volta che entrava in quel locale si sentiva a casa propria.

Si precipitò verso il bancone, salutando distrattamente i soliti astanti. Malgrado l’ora, il bar era abbastanza pieno. L’attenzione dei più era rivolta verso il maxischermo: gli Angels stavano vincendo 4 – 0 contro gli Yankee.

“Ancora credete in quel gioco? Le partite sono truccate!” – disse Berto appoggiato al bancone, ma dalla platea nessuno gli prestò attenzione.

“Pacem et circenses! Ecco cosa vogliono! Il sistema è marcio, Berto!”

Berto si voltò riconoscendo la voce di Uroburo.

“Uro! Come va?”

“Va che avevo puntato su di voi stamane!” – sibilò Uro che si era seduto sullo sgabello accanto. Tamburellava le dita sul tavolo. Sul collo aveva un tatuaggio numerico: 666. Tutti lo conoscevano come un “tipo da evitare”, nessuno sapeva molto sul suo passato. Diversi sostenevano che una volta era un angelo, poi decaduto dal servizio per indisciplina e ora combatteva contro il sistema per il quale aveva lavorato.

Berto sospirò e disse:

“Lo so, Uro. Ma sono più forti. Sono dannatamente più forti!”

“Giuda ballerino! – esclamò Uro – Berto tu sei l’eletto. Quello che può cambiare le cose. Non devi farti abbattere, tutti puntiamo su di te. Sei il migliore.”

“Non posso Uro! Non è facile!”

Uro gli si fece più vicino e sibilò a bassa voce.

“Allora dobbiamo alzare la voce, Berto! Dobbiamo farci sentire! Sei ancora con noi?”

Berto annuì.

“Certo che sono con te.”

Uro si voltò verso il barista.

“Un succo di mela alla spina per Berto! Fallo forte!”

FINE PRIMA PARTE

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4 responses to “C’è crisi in paradiso”

  1. teleciarlo says :

    Non resta che aspettare la seconda per capire quanto può spingersi una metafora.
    A quando?

  2. jgwolf says :

    Bello! Aspetto la seconda parte, ma nel frattempo mi piacerebbe sapere se Berto c’entra qualcosa con il figlio della lavandaia, quello che preferiva imparare a contare sulle antenne dei grilli e non usava mai bolle di sapone per giocare… :D

    • lordbad says :

      @ jgwolf: Ahahahah, forse inconsciamente un richiamo a Faber c’è stato. Per ora c’entra poco, anche se tutto è connesso in questo mondo, come ci insegnava Borges :)

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