I Diari di San Francisco.

Sono mesi ormai che abbiamo abbandonato le coste solcando intestarditi le onde calme di un oceano agguerrito. La rotta era ed è, tutt’oggi, la stessa: la fasulla linearità dell’orizzonte.
In questo tempo il coraggio non è mai venuto meno. Anche quando il cibo scarseggiava e l’oceano rigettava solamente le vongole peggiori. Eppure qualche benevolo dio del mare, ci vuole ancora qui, per impartirci un’altra lezione, per metterci davanti agli occhi una delle prime e assolute verità che dovrebbero comparire nei codici dei marinai d’onore: “nessuna vela normale può spingervi tanto oltre se non quella della propria anima”.
Vongole e Merluzzi è fiero dunque di presentarvi una giovane scrittrice che guidata dalla sua anima ha deciso di partire da Roma e giungere a San Francisco con un’unica intenzione:
intervistare L. Ferlinghetti, uno dei più grandi poeti viventi. Non conosco da molto questa giovane marinaia ma quando mi confidò questo suo progetto incomincia ad invidirgli la vita. E vongole e merluzzi voleva esserci. Voleva accompagnarla in questa avventura.
Il nostro impegno dunque, sarà quello di raccogliere le pagine scritte del suo diario che quotidianamente lascerà dentro bottiglie di scotch in balia delle onde.

Ci aspetta una grande pescata, non ci resta perciò che mettersi al lavoro.
Ed ora,  frank lingua mozza è lieto di lasciar il timone ad Olga Campofreda!

 

 

di Olga Campofreda

Prima pagina ritrovata

Poetry is what we would cry out upon coming to ourselves in a dark wood in the middle of the journey of our life.

Love lie with me. And I will tell.

Lawrence Ferlinghetti

Quella mattina c’era una luce bianca che rimbalzava addosso, dai marmi bianchi di piazza dei Martiri, a Napoli, così forte che quando si entrava in un luogo chiuso vedevi davanti a te prima le macchie viola di luce ancora impressa, poi il resto. Gli strani plug in della vita.
Proprio quella mattina lì, l’ho incontrato. Sugli scaffali di poesia della Feltrinelli. Accanto a Gibran il profeta e T.S. Eliot. Il lume non spento. Era un libretto piccolo, edizioni Interlinea, pochi disegni fatti a mano coprivano gli spazi tra una poesia e l’altra. Lui si chiamava Lawrence Ferlinghetti e attraversammo tutta Napoli insieme, quel giorno.
Da allora non ho più lasciato andare il suo braccio. Il poeta, l’artista, il visionario, l’amico. Il santo.
E se è vera quella cosa a cui penso spesso, cioè che le frasi fatte e i detti popolari altro non sono che verità stigmatizzate negli anni, semplificate e compresse, per alleggerire il bagaglio del Tempo -ecco- allora quella storia della Montagna e di Maometto mi ha suggerito di provarci. Provare a raggiungere la Montagna.
Partirò domani per San Francisco nel pellegrinaggio della mia vita alla ricerca dell’Oracolo di sempre, il mio Spirito Guida. Colui che dice che le parole possono salvarti dove le armi non possono.

«Dear Olga,
I could spend an hour with you on Thursday, March 17th. Let us say 11 AM at the Caffe Trieste (at Vallejo Street and Grant Avenue in North Beach, San Francisco.) Until then—Lawrence F.).»

Comincia oggi la storia di un appuntamento per un caffè a San Francisco.
Comincia qui la cronaca dei miei dieci giorni californiani alla ricerca della Poesia. Per non dimenticare

una volta poggiato il primo piede sul suolo di casa—

come accade spesso per i sogni—

Scriverò tutto.

Scriverò tutto per avere la certezza di non aver immaginato niente.


I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade
Into my own parade, cast your dancing spell my way
I promise to go under it

(Mr. Tambourine man- B. Dylan)

Seconda pagina ritrovata

 

Market Street a San Francisco è lo stereotipo dell’America che mangia l’America. Le palazzine così basse che non è difficile immaginare il Far West, diventato solamente West, sempre più West, man mano che le strade sospese e invisibili dei velivoli hanno iniziato a fare solchi profondi.

Perfino nei Cieli di Dante.

Reinvent the America and the World.
Lawrence Ferlinghetti


Bisogna attraversare Chinatown e sopravvivere all’assalto sensoriale degli odori, dei colori, della folla che attraverso i marciapiedi ti travolge, nell’ora della spesa. Bisogna attraversare il Mondo dall’altra parte del Mondo per arrivare dove vuoi arrivare da anni, forse da una vita intera. In quel pezzo liofilizzato di oriente pensi a come dovresti sentirti tra qualche minuto e neanche lo sai. Pensi alla Poesia, a quando la vedrai sederti davanti, come una bella donna altèra, che sa di essere bella e non ti guarda, mentre sorseggia il suo caffè lungo americano da una tazza troppo grande per le sue labbra.

E mentre percorri gli ingressi di quei supermercati che sembrano templi –lo fai pensando a tuo padre, che compra sempre dai cinesi – lo fai pensando a tua madre, che dai cinesi non comprerebbe mai – lo fai pensando al salumiere sotto casa e ai suoi prezzi troppo alti che ogni volta quello che ti ripeti è che non ci tornerai mai più, e forse l’ultima volta sottovoce lo hai lasciato scappare tra i denti, lo sguardo severo, mentre lui sa già cosa metterti da parte per la settimana che verrà….
Percorri Chinatown pensando a casa quando casa è -per la prima volta nella tua vita- dall’altra parte della Terra in senso stretto. Allora ti fermi perché gira la testa. Saranno tutti quegli odori

sarà forse il sole che s’è fatto alto e non credevi- -
sarà
sarà
che è quasi primavera
soprattutto a Chinatown- -
sulle strade di San Francisco che sembrano
Montagne Russe
[Coney Island! Coney Island!]
e ricordano il Rione Monti
con i suoi pazzi
-rotolati da Termini
per le ripide discese-
che non sanno più tornare indietro
o forse non vogliono.

Terza pagina ritrovata

 

Poi all’improvviso la vedi. la Poesia che fluttua nell’aria come gabbiani che si mescolano alle sartie delle vele, ma che invece sono tralicci e il mare è la strada, ma non importa, non importa. E’ tutto lì. Ed è così difficile vedere le cose per come sono e non per come le hai sempre desiderate vedere.

La cosa peggiore da fare a San Francisco, è attraversare North Beach ascoltando Bob Dylan o i Grateful Dead. la cosa peggiore da fare, se ogni notte vai a letto con una copia di On the road nel cassetto, al posto dei Vangeli, è andare a vedere i cimeli dei Beat incastonati nell’apposito museo. Questi musei che sono graveyards. Cimiteri. E allora “Basta parlare di tutta questa gente morta” dice Lawrence Ferlinghetti.

Non è più tempo adesso. It’s the end of the world as we know it.

Ma questa è una lunga storia… e deve essere raccontata attentamente.
Questa cosa, ieri, me l’ha detta Lawrence.

 

Quarta pagina ritrovata

Castro, Castro!

Ieri era il mio secondo giorno a San Francisco. E la seconda notte che -per colpa di questa strana storia che gli americani hanno un orario diverso- non sono riuscita a chiudere occhio.

Segue la cronaca della piccola parte di una giornata infinita, in cui mi sono svegliata alle tre e per cercare di riaddormentarmi mi sono messa a leggere Mimesis di Auerbach.

Ovviamente non ha funzionato. Ho finito il libro e mi sono detta: adesso? Il mio stomaco ha suggerito di fare colazione, così l’ho assecondato, ma a modo mio. Ore nove a Market Street: una ragazza italiana aspetta la Cable Car per Castro, il famoso quartiere gay delle audaci dimostrazioni politiche degli anni sessanta e settanta. Mentre il cielo ci cade addosso a gocce.

Un momento a emozionarmi pensando che probabilmente quelle gocce sono state poco prima il Mississippi.
Un momento a emozionarmi al pensiero che potrebbero essere state Oceano.

Un momento in più e avrei perso la Cable Car, ma per fortuna ci salgo al volo: è un vecchio tram azzurrino e giallo anni ’50, quello diretto a Castro. Due dollari e un quarto d’ora dopo, sempre dritti su Market Street, siamo arrivati. Si tratta di un quartiere racchiuso tra quattro salite ripidissime e una piccola Main street popolata di negozi osè e Cafè, centri estetici dai nomi ambigui (Hand Jobs vince su tutti) e bandiere arcobaleno che fanno lap dance intorno ai lampioni. Le casine rosa, violetto, azzurre si alternano a boutiques vintage di moda principalmente maschile. Mentre osservo la via principale lungo una delle salite nelle quali affonda Castro, mi sento osservata da una finestra: al davanzale un Ken vestito da suora e due barbie drag queen mi studiano sotto il movimento rotatorio di una piccola palla da discomusic che gli pende sulla testa.

Poco dopo, alle dieci di mattina, capisco dove sono gli uomini più belli di San Francisco: portano a spasso i loro cani senza curarsi della pioggia, i pantaloni grigi delle tute e i giubbini di pelle o una felpa, qualcuno in t-shirt; passeggiano con un cappuccino bollente take away per un pezzetto di marciapiede e poi rientrano in casa, scavalcando un senzatetto (tanti, troppi!) che ha passato la notte nell’atrio dell’appartamento per ripararsi dalla pioggia.

Ritornando alla fermata del tram, mentre il mio ombrello dà segni di cedimento, non posso non notare la quantità spropositata di negozi per cani presenti sulla via principale. Poi la spiegazione arriva dalla stampa di una t-shirt esposta in una vetrina: DOGS ARE THE NEW KIDS. Un po’ come dire “il verde è il nuovo rosa”.

E’ ufficiale. Sono nella sala parto di un nuovo trend.

Del resto, provocazione a parte, non hanno tutti i torti. Se Angelina Jolie e Brad Pitt hanno trasformato i loro bambini in accessori senza che questo comportasse alcun intervento da parte dell’Unicef, non vedo perché il WWF o Greenpeace dovrebbero prendersela con gli abitanti di Castro, per aver fatto lo stesso con i cani.

Quinta pagina ritrovata

 

Aspettavo Jack Hirshman ad un tavolino nascosto del Caffè Trieste. Se qualcuno mi chiederà mai di San Francisco, della città, delle sue strade, della sua estensione, degli abitanti, risponderò esattamente così:
San Francisco è un caffè italiano, tra Grant Avenue e Vallejo Street. La abitano i poeti, piccoli, rugosi bevitori di caffè, dai cappelli strani e un quaderno sempre tra le mani.
E se qualcuno venisse a chiedermi, un giorno, se io ci sia mai capitata, per caso, al centro del Mondo, racconterò di quella volta in cui al Caffè Trieste aspettavo Jack Hirshman, nell’angolino più riposto del locale. Di quando ho alzato gli occhi e ho visto il mio primo Juke Box americano, sotto una parete alta strabordante di fotografie in bianco e nero di vecchi stornelli italiani dai volti illuminati da sorrisi beat-fatti-mandare-dalla-mamma. Quel centro del mondo di quando mi sono alzata abbandonando a se stesso il mio caffè, un dollaro tra le mani e tre canzoni in testa e allora ho modulato attentamente la mia scelta, le dita leggere sui tasti, leggero lo sguardo sullo scorrimento delle pagine sotto il vetro del Juke Box.
Tre canzoni. Su una sessantina di dischi, tra Battisti e Morandi, Nicola di Bari, Callas, Carotone, Miles Davis, Sinatra…

The Beau Brummels.
Rock and Roll al Centro del Mondo. Go Johnny Go.
Travel on the midnight road

Ramble where the wind don’t blow

Be aware of hidden dangers

And don’t you go unto to strangers

Babe…

Quella volta in cui il mio corpo coincideva con il centro esatto di questo Mondo ai confini esatti della Terra io stavo ballando rock and roll ad occhi chiusi tra i tavoli, davanti al Juke Box dal quale Dio seleziona per un dollaro il bene, il male, gli uragani e i miracoli. E qualche volta anche i Beau Brummels o Sinatra. Il sesto giorno, quando si riposa. Con quello stesso dollaro che gli avanza, se non decide di andarselo a bere al bancone del pub, dall’altra parte della strada.
“Hey girl, let’s do the shake!”
Un signore all’ingresso mi allunga un altro dollaro. Allora torno al Juke Box e seleziono la mia ultima traccia. Al centro del Mondo la poesia è facile come il rock and roll. Qualcuno ha sopra un foglio e scrive. Lo fa tenendo il tempo.

Sesta pagina ritrovata

La Cable Car gialla ci riporta indietro attraverso Market Street nei luoghi e nel tempo. I Chicanos ci vengono incontro sui marciapiedi, i mostri dei murales ci chiamano a giocare nei vicoli ad una nuova rivoluzione di Titani e Gladiatori.

A Mission il tempo si è fermato, ed è stato catalogato. I negozi vintage vendono i vestiti al chilo e li tengono ordinati per decadi e per genere.
“E guarda questi! Questi non credo li indossassero sul serio…”
“Disco party anni ’70. Formal suites. A quanto pare li indossavano…” osserva Enrico, che in questi grandi magazzini della storia del costume americano si muove come uno scienziato esperto in materia. Usciamo di nuovo su Valencia street, non è più giorno ma non è ancora buio. L’orario in cui le sicure delle pistole cominciano a scaldarsi. Gi angoli della strada sono pieni di gang ispano-americane. Entriamo nell’ultimo negozio prima che chiuda tutto. Si tratta dell’ennesimo negozio d’arredamento vintage. Mission street è una strada di divani retrò. Di oggetti che formano universi paralleli nascosti nelle pieghe di una storia che non conosce il mondo se non quello prima del Vietnam. Curioso. Gli oggetti che rifiutano la Storia. Quando torniamo su Valencia è ormai sera, le gang si muovono in branchi tra gli edifici azzurrini che sembrano case di zenzero e zucchero, ma senza la luce del giorno sono solo fragili edifici senza colori.
“Stai attenta”- mi aveva detto il maestro di scherma Paul Scherman la prima sera, nel venirmi a prendere all’aeroporto- “molte parti di San Francisco a volte sono come le brutte zone di Napoli”.
Io ed Enrico ci fermiamo a bere un bicchiere di vino bianco in un caffè sulla strada del ritorno. Non si fa altro che conoscere le cose attraverso il modo in cui ce le immaginiamo. Viviamo per schemi e aspettative, attese, immagini preconfezionate. Questa nostra vita è forse un semplice riscontro?
Hanno lavato e stirato la Storia per venderla al chilo. Hanno pagato un biglietto d’aereo ad un gruppo di giovani ai quartieri spagnoli e gli hanno dato delle pistole da usare legalmente a San Francisco.
Hanno preso la faccia di Kerouac e l’hanno stampata su un muro, a North Beach. La nuova gogna. Il volto del poeta esposto all’idolatria.
Le icone uccidono.


I ballerini di tango del caffè hanno interrotto la danza. Io ed Enrico abbiamo pensato abbastanza. Ci siamo meritati la cena.

prima della prossima pescata, potrete aggrapparvi a scogli più intimi sul suo personale battello:

www.lagallinabianca.it

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7 responses to “I Diari di San Francisco.”

  1. merylho43 says :

    Ci ha portati tutti con lei! Magnifico viaggio.

  2. chocolate tales says :

    Chi parte per incontrare Ferlinghetti ha tutta la mia stima. E la mia invidia. :)

  3. vbuzzi says :

    Grande. Incontri, scontri. Attraversare le città, attraversare il mondo, attraversare la vita.

    http://photographystreet.wordpress.com/

  4. fascinodemoralizzato says :

    Molto, molto bello.
    Grazie per la segnalazione.

  5. Michele says :

    Un’impresa encomiabile! Complimenti!

  6. mizaar says :

    apperò, a parte la compianta pivanda, c’è ancora qualcuno che ricorda ferlinghetti? che piacere! :-)

Trackbacks / Pingbacks

  1. Link « - marzo 26, 2011

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