Emilio Ceretti: chi era costui?

Proprio ieri sulla mia bacheca FB parlavo con Giuseppe Genna del ruolo dell’intellettuale oggi e, soprattutto, di come la crisi economica si possa affrontare solo affrontando la crisi culturale in cui viviamo.

L’Isola dei Famosi miete ogni giorno più vittime  dello spread, “Chi vuol essere milionario” regala a tutti l’illusione, da casa, che “dai magari ce la facciamo”.

Regalare sogni passivi, in un’Italia ridotta a (tele)spettatore, non è difficile.

Ogni non esiste più niente di vero, perché tutto…è… Verissimo.

E nel dialogo con Giuseppe Genna è intervenuta anche Dora Invernizzi scrivendomi “Le tue frasi piacerebbero a mio padre”.

Così ho scoperto che il padre di Dora Invernizzi è Emilio Ceretti, quello che considero uno dei massimi intellettuali del ‘900 (insieme a Giancarlo Vigorelli, Pier Paolo Pasolini e Luciano Bianciardi).

Perché Emilio Ceretti è la figura più eclettica di intellettuale che il panorama italiano possa ricordare: non solo è stato uno dei critici, letterari e cinematografici, più ferocemente ironici, ma è stato anche uno dei pochi, forse l’unico con Adriano Olivetti, che sia mai riuscito a coniugare il mestiere di scrivere (quello di Pavese) con il mestiere del fare.

La dimostrazione che gli intellettuali non devono per forza vivere in una mansarda sepolti dai libri e dai debiti.

Questo non vuole essere un panegirico di Ceretti né un ricordo per la figlia, ma uno scritto per dare coraggio ai miei tanti amici, grandi scrittori e editori di spessore, critici letterari ai limiti della fame e della speranza, malpagati da un sistema che considera ormai la Cultura tra l’Economia e lo Sport (il posizionamento della “Terza pagina” sui quotidiani). Di Emilio Ceretti ne scrissi anni fa in una pagina su “la Repubblica” o “Il Giornale” (la mia memoria è migliore di quella dei miei arrovellati Mac).

Emilio Ceretti, ha iniziato la carriera di giornalista negli anni trenta, come critico cinematografico per “L’Amborosiano” e “Il Tempo”.

Nell’estate del 1936  decide di importare un gioco: il Monopoly (inventato in Francia e non negli Stati Uniti, come si pensa). Lo traduce in Italiano ispirandosi alla toponomastica di Milano (basta citare “Viale dei Giardini”, dove lui stesso abitava e il vicino “Parco della Vittoria”, oggi giardini “Indro Montanelli”), inventandosi anche “Vicolo corto” e “Vicolo stretto”!

Quindi modifica il titolo sostituendo la “I” finale al posto della “Y” per evitare la censura del regime fascista. Inizia la sua ascesa di imprenditore, ma nel contempo traduce importanti scrittori come Aldous Huxley (il mio scrittore preferito),  Sinclair Lewis (il suo “Babbitt” è un capolavoro” e iper primo i “Racconti” capolavori  di Katherine Mansfield (tutti nei “Classici” della Medusa Mondadori. Nel luglio 1940 diventa direttore di Panorama che verrà chiuso poco dopo a seguito di un articolo di Indro Montanelli considerato “disfattista”.

Segretamente fonda la società anonima “Edizioni Riunite”, continuando la pubblicazione di articoli e libri inglesi e americani, invisi al regime.

Durante il conflitto mondiale è corrispondente di guerra per il Popolo d’Italia.

In Finlandia e in Grecia è con  Indro Montanelli, suo amico di sempre. Tra gli intellettuali amici di Ceretti ricordiamo Indro Montanelli, Leo Longanesi, Gaetano Afeltra.

Viene insignito da civile con la medaglia d’argento al valor militare per aver convinto gli abitanti dell’isola di Corfù ad arrendersi senza spargimenti di sangue, inventandosi l’arrivo imminente di truppe Italiane in massa. Grazie al suo brevetto di pilota porta a termine altre missioni spericolate nei cieli d’Africa.

Terminata la guerra, la sua casa editrice pubblica, tra gli altri, “Il buonuomo Mussolini” di Indro Montanelli e “La verità sul Generale De Gaulle e difesa del Maresciallo Petain” di Alfred Fabre-Luce. Malgrado il suo lavoro di intellettuale lancia per primo in Italia nel 1959 la Barbie e a metà anni ’60 i giochi della MB (suo il noto titolo “L’allegro chirurgo“), lo Scarabeo, e negli anni ’70 acquisisce in esclusiva i diritti di Risiko, il popolare gioco di strategia. Collabora fino a metà degli anni ’80 con  Mike Buongiorno alla realizzazione delle versioni in scatola di molti programmi TV di successo.

Il 28 marzo 1988, ottantenne, muore a Milano.

Ceretti è stato anche un illuminato e sarcastico critico cinematografico: lavora per la rivista “Cinema” fondata da Ulrico Hoepli.

Ceretti è stato molto simile a me (a parte le fortune industriali..).

Un articolo memorabile ad esempio sull’attrice Alida Valli apparso nel 1934 proprio su “Il Cinema”

“Di Alida Valli non è rimasta che la faccia: la faccia è quello che è, sempre un piacere osservarla, ma per il resto è un deserto”

Per “L’ambrosiano” venne  inviato a Venezia. E nel 1939 quando ancora un’intera nazione come l?Italia non comprendeva gli anni bui che avrebbe dovuto affrontare il genio di Ceretti scrive:

Quando quella sera si spensero le luci del Lido di Venezia  capii che presto le luci  si sarebbero spente in tutta Europa”.

 

 E a proposito del Risiko Ceretti scrive:

“Non considero Risiko un gioco di guerra. Anche perché, giocando a Risiko, non mi è mai capitato di incitare “nemici”. Tutt’altro! Risiko è un gioco che affratella, che accomuna i caratteri in una stessa passione, che risveglia gli istinti migliori, che sono quelli di affermare e far trionfare le proprie iniziative. Insomma, Risiko è un gioco di simulazione in cui la guerra diventa qualcosa di diverso da ciò che rappresenta in realtà, qualcosa che, invece di distruggere, costruisce”

Credo che mai come oggi la figura di Emilio Ceretti debba essere ricordata, insieme a quella di Giancarlo Vigorelli (su cui ho scritto il libro di successo “Così tante vite. Il ‘900 di Vigorelli” , con prefazione di Claudio Magris) .

Credo che Emilio Ceretti, riletto oggi, possa non solo dare coraggio ad una generazione di critici e scrittori che per lo più hanno perso il senso dell’ironia del gioco (anche del mettersi in gioco), ma che la sua vita debba essere un esempio per tutti quegli intellettuali che pontificano dalle loro mansarde.

Dovere di un intellettuale oggi è anche quello di sporcarsi le mani con l’inchiostro, di riprendere tra le mani l’intera filiera editoriale. Lo so, i tempi sono cambiati, ma cari amici, se non affrontiamo noi la crisi della letteratura  e della cultura chi lo farà per noi?

Gian Paolo Serino 

Autore: Gian Paolo Serino, critico letterario, ha ideato e fondato Satisfiction. Collabora con la Repubblica, Il Riformista, Il Giornale, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, Rolling Stone, GQ, Vogue, Wuz.it e Radio Capital.

Abbiamo ritenuto opportuno riportare la nota critica di Gian Paolo Serino estrapolandola dal suo profilo Facebook ad indice che la figura di Emilio Ceretti è una figura di intellettuale eclettica, dinamica, viva, proprio quel modello di “azione” che oggi più che mai è indispensabile in tempi di crisi. 

Ringraziamo Gian Paolo Serino per l’autorizzazione alla pubblicazione. 

Oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi

Ci sono mattine in cui ho idee rivoluzionarie che, arrivata la sera, non sembrano più così “rivoluzionarie”, anzi sbiadiscono nella nebbia della noia e della routine.

Un attimo prima mi sento imperatore del mondo, l’attimo dopo l’ultimo fra gli ultimi, con la considerazione che probabilmente non sono né l’uno né l’altro, e quindi nessuno.

Alla costante ricerca di un equilibrio sopra la follia.


Ogni mattina un nerd si sveglia…

 

…e deve scegliere con quale arma affrontare la giornata.

Sono solo parole (?)

Avevamo detto che nel bene e nel male, ci SaNremo stati.

Pertanto mi sbilancio in un pronostico: queste non sono solo parole, sono soprattutto versi.

Di canzone.

Forse un post desueto dal vongolesco e dal merluzzesco…ma anche tutti quei post “sono solo parole” o no?

Vai, Noemi!

Oltralpe, oltreoceano: Clams & Cods

Nuntio Vobis Gaudium Magnum Habemus

Clams & Cods

Non sarà esattamente la versione straniera del blog, lì potrete trovare altri articoli, talvolta ispirati , talvolta tradotti da questi post italiani di Vongole & Merluzzi.

Perlopiù si tratterrà di post nuovi, tenuto conto dell’attività più prolifica della piattaforma WordPress in territorio statunitense e non solo.

Il mare non ha confini.

Salpiamo di nuovo!

http://clamscods.wordpress.com/

E presto un’altra importante novità in arrivo…Stay on!

 

Dove non nevica

- Ci sono posti dove non nevica mai.

- Che intendi?

Lui guardava la città, un alone di luci si sollevava come un mantello a sfidare la volta oscura del cielo. Qualche stella occhieggiava solitaria.

- Intendo quello che intendo.

- Non ti seguo Marc.

Marc sorrise, guardò il bicchiere di whisky che stringeva nelle mani. Veleno – pensò – non sapeva davvero cosa ci trovassero tutti quegli attori a bere quel “veleno”, eppure…lo aveva accettato, forse per sentirsi un attore dentro certi film, per illudersi che in qualche modo, da qualche parte la parola “The End” alla fine sarebbe arrivata.

- Intendo che lei non mi amerà mai.

- Lo farà qualcun’altra Marc. – gli rispose Philip versandosi dell’altro whisky nel bicchiere, mentre si adagiava sul divano.

- Qualcun’altra? Andiamo Philip! Mi prendi in giro? Mi chiedo dove ho sbagliato, che cosa ho mancato di fare…Non sono perfetto, non sarei stato perfetto ma…era tutto per me…Non era nient’altro che amore, non è nient’altro che amore.

- Per certe persone amare non basta, Marc. Fattene una ragione.

- Forse hai ragione, o forse no. Non è quello il punto. Non ha importanza nessuna spiegazione razionale, quando ami e non sei amato… – scagliò il bicchiere contro il muro. Il whisky macchiò la parete, e si disperse in piccoli rivoli tra i pezzetti di vetro frantumato.

- Mi chiedo come fai Marc?

- Come faccio cosa?

- Ad amarla.

- Amare lei per me è naturale, è come respirare. Nessuno me l’ha insegnato, né ho dovuto impararlo. Da qualche parte, in qualche modo l’amavo già prima ancora di conoscerla.

- Vuoi dell’altro whisky, Marc?

- No, grazie. Me ne vado.

- Dormici su.

Marc prese l’impermeabile, aprì la porta, si voltò e il suo sguardo incrociò quello di Philip.

- Sì, amico, è giusto che tu la ami – gli disse Philip.

Marc accennò un sorriso. Si richiuse la porta alle spalle. Fuori stava cominciando a nevicare.

Dedicato a Whitney Houston. Perché ognuno sceglie di andarsene nel modo che preferisce e non può essere giudicato per questo. Ci hai lasciato una meravigliosa canzone, e la tua voce ha fatto da colonna sonora a molte lacrime sincere. E questo penso che può bastare a meritarsi il paradiso. Bye Bye, Baby. 

Inferno, Canto I, 22-27

E come quei che con lena affannata, 
uscito fuor del pelago a la riva, 
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, 
si volse a retro a rimirar lo passo 
che non lasciò già mai persona viva.

Dedicato all’Italia e a tutti quelli che stanno passando un periodo difficile della loro vita: non mollate.

Lordbad

Sanremo: che tristezza

Ieri, 14 febbraio, non era solo la festa degli innamorati, con buona pace dell’industria di cioccolato alla quale l’Uomo Ragno non ha mai fatto sgarri perché preferisce il caffè.

Non è stata soltanto la giornata nella quale il Governo Monti ha detto responsabilmente “no” alle Olimpiadi.

Ieri purtroppo abbiamo assistito all’ennesima defraudazione del canone, causa un servizio pubblico al di sotto delle aspettative, almeno delle mie personali aspettative, condivisibili o meno è tutta da vedere.

 

Più che del Festival della Canzone Italiana (quelle canzoni che ho sentito tra l’altro sono tutte improntate al tradizionalismo), si è trattato di uno spazio rotante intorno all’evento portante della serata: Mister Celentano.

Il Molleggiato si è esibito sul palco dell’Ariston affrontando essenzialmente tre tematiche:

  1. L’attacco ai giornali “L’avvenire” e “Famiglia Cristiana”
  2. La bocciatura del referendum
  3. Paradiso, giudizio divino e apocalisse imminente

Il neoateismo del quale parlavo nel mio precedente post, così come il bigottismo, si adagiano su queste forme di spettacolo nazional-popolustico, dove la demagogia la fa da padrona spianando la strada a un fascismo della forma.

La retorica è stata spezzata, a favore di una violenza senza raziocinio.

In un periodo di nervi tesi questa massa di trash è l’ultima cosa che ci occorre.

Benigni sottotono nello show di Fiorello, Celentano che non sa che il suo balletto è passato di moda. Tutta questa televisione è diventata visione corta, è vecchia, va buttata via.

Tutto questo mi fa sbadigliare.

Voglio andarmene negli States, a vedere le serie tv che trasmettono lì, dalla qualità culturale infinitamente più ampia di tutta questa immondizia.

C’era una volta la politica

Ciò che ho cominciato ad accorgermi facendo il blogger è che lentamente sono passato dal fare i grandi sermoni, generalisti con termini filosofici e quant’altro, a fare i sermoni però in prima persona. Un’interessante scelta che non so quanto paga, ma almeno non fa evadere il fisco. Fatta la solita premessa da apprendista blogger, quello che proprio non mi va giù è come stiamo concependo la politica.

Mi mancano quegli ampi dibattiti, discorsi, forum, se volete anche un po’ intellettuali, in cui si parli di aborto, bioetica, partecipazione, pluralità, libertà. Non si deve parlare solo ai fini di fare leggi, un uso strumentale della politica che disprezzo, ma per rifare cultura. È questo che mi trovo a criticare della politica, fin dalle manifestazioni più semplici e locali.

La politica sta lì, oramai, compressa tra economia, interessi ed emergenze. La cultura si è andata a far benedire, come si suol dire. Non che abbiamo bisogno di preti per parlare di cultura: abbiamo bisogno piuttosto di chi si fa prete per la cultura. Il dibattito on-line sta prendendo il posto di quel processo di formazione dell’opinione pubblica che consideravo essere sacrosanto appannaggio della politica, non dei blogger. Che poi, se ci sono blogger e per giunta politici, ben venga.

La politica deve ridiventare il timone, non parlucchiare, sbocconcellare, rattoppare, eseguire ordini, fare capolino. Questo è solo un disprezzare la politica. La politica non si misura da quante leggi vengono emanate. Ma da come le leggi vengono emanate. Paradossalmente vorrei che nessuna legge venisse approvata, ma che, almeno, si mobilitino le persone, che qualcuno ritorni ad incazzarsi in maniera costruttiva, non per vongolesche necessità, facendosi, quindi, alleato di Capitan Findus.

Come avrete notato parlo di cultura, forse, in maniera inappropriata. Quando parlo di cultura mi sento umanista, non penso a qualcosa di asettico, ma di pulsante. Forse è pericoloso dire che la ‘politica fa cultura’ : con questo non intendo affatto pensare ad un’attuale forma di politica. Ma a quella forma originaria, di partecipazione e discussione. Le persone sono troppo presi dal tram, dai processi già realizzati, piuttosto che essere parti dei processi.

Gli animali politici sono allo zoo, pronti per i prossimi turisti cinesi. Questo è il punto. Tra loro non parlano, cercano di fuggire pochi alla volta, senza progettare però la propria libertà.

Guardate la Grecia, guardate l’Europa. Quale politica vogliamo per il futuro? Votare ancora chi è il meno peggio? Ma si tratta solo di votare per risolvere?

Io so

Io so i nomi dei responsabili di quella che viene chiamata “neve” (e che in realtà è una serie di fiocchi costruiti ad arte a sistema di protezione del sistema).

Io so i nomi dei responsabili della neve caduta nel 1985 e anche oggi, a Roma, a Torino e in tutte le città italiane.

Io so i nomi dei responsabili che hanno stretto questo patto nevoso (il Patto Bianco) con le autorità siberiane per seppellire e congelare il debito italiano, che sarebbe una soluzione provvisoria per portare la nazione lentamente e inesorabilmente nel caos.

Io so i nomi di chi ci vuole a casa, e non più nelle piazze e nei bar a scambiare pericolosamente opinioni destabilizzanti e sciocche.

Io so i nomi. Mark Zuccherino, fondatore di Facetrix.

Basta vedere gli stati degli utenti: neve, neve, neve.

E intanto fuori una coltre bianca di silenzio scende su di noi.

Voglio sentire le mani scavare sotto la neve, voglio vedere gli occhi, voglio annusare i capelli e la pelle.

Fuori da Facetrix, dove non nevicano gigabyte.

Guarda, Neo. Guarda cosa è la neve.

Per ciò che conta e per quel che si spera.

E’ uscito un racconto.

Nelle notti di bufera e gelo, mentre passavamo il confine del grande stretto dei lupi marini.

Il rum ha fatto il suo dovere.

Le stelle hanno dettato. Gli squali hanno corretto.

Io ho riportato alla lettera, per ciò che conta e per quel che si spera, una storia. Una storia vera.

http://www.flaneri.com/index.php/altre-narrativita/leggi/ho_bevuto_ubriacandomi_sulle_tette_del_mondo/

Neoateismo

Devo dire che non c’è poi molto gusto nell’affrontare oggi un dibattito con un ateo avente come fulcro della questione l’esistenza di Dio. Questo non perché l’argomento sia passato di moda: non è proprio uno di quei temi che “vanno di moda”: è piuttosto di quelle domande ultime sulle quali la filosofia si è a lungo interrogata.

Ma questa ultima generazione di atei (neoatei li chiameremo) è spesso priva degli strumenti filosofici, teologici, culturali, di valore, con i quali affrontare un tema così delicato, thema dalla portata vasta, giacché si scontra con le radici antropologiche di ciascuno, nonché in grado di toccare diversi gradi di sensibilità.

Quando si affrontano “domande ultime”, quando si entra nell’ambito escatologico, lo si deve sempre fare in punta di piedi, con umiltà, ma anche con curiosità ed apertura mentale.

Questo senso della curiosità viene però meno se dall’altra parte del tavolo c’è un interlocutore che ha eretto feudi mentali ai quali non è possibile accedere con gli strumenti della logica e del dialogo.

Dal momento che il dialogo presuppone uno scambio di opinioni, un confronto tra misure (ed anche una misura del confronto che sia la più ampia possibile), i protagonisti della comunicazione devono essere leali prima che tra loro con se stessi.

Se il fine dello scambio di idee non è un incontro, ma uno scontro, allora è inevitabile che ad uscirne perdenti saranno tutti i punti di vista in gioco.

Per entrare nel merito della questione, il neo ateo è, per me, abbastanza rude e rozzo nella trattazione di una tematica così forte, così complessa, con i suoi annessi e connessi.

Insomma non si può contrapporre un muro basato su prove scientifiche, anzi su non-prove. Mentre nel processo il fatto non sussiste per mancanza di prove, qui per assurdo sussiste l’inesistenza di dio per lo stesso motivo.

Ma dall’assenza non si può dedurre un’altra assenza, da una negazione non può necessariamente derivare un’altra negazione. Quando gli strumenti della ragione diventano le corte spade di un combattimento senza vincitori né vinti, allora non è con la ragione che stiamo supponendo teorie, ma con l’assurdo, con l’assenza di ragione. E come può (di nuovo) l’assenza portare a un ragionamento? Dal vuoto non può derivare il pieno. Mi si dirà che se riempio un bicchiere vuoto, allora esso diventa pieno. In verità non è quel vuoto che ha generato il pieno. Il pieno, l’esistente, deriva da altro esistente oppure si può ammettere che derivi da sé, che esista da sempre e per sempre. Il vuoto è vuoto, è horror vacui, è…mancanza di pieno, è teoria della relatività pronta a cedere.

Vecchio assioma logico quello per il quale chiaramente l’ateo non sarebbe altro che un dipendente dall’idea di dio. Per negare l’esistenza di un qualcosa se ne deve in qualche modo comprovare l’esistenza, inquadrare il soggetto in un ragionamento logico che gli dia un nome. E da quando assegniamo nomi a caso?

Se si ammette che il nome è la cosa, e la cosa è il nome, allora è inscindibile il rapporto tra esistente ed idea dell’esistente. Ma qui ci stiamo incamminando su altre strade. Abbiamo già aperto la breccia a un dibattito. Un neoateo si sarebbe tappato le orecchie e avrebbe urlato che due più due fa quattro, ignaro (volutamente?) che nessuno parlava di addizioni, ma di un’equazione, di un’incognita (mi si consenta di giocare con qualche termine matematico) più complessa.

Non da ultimo l’atteggiamento è sempre criticabile e non approvabile quando è segno di una clausura mentale che non vede al di là della siepe che il guardo esclude.

L’infinito è per tutti, ma pochi osano avventurarvisi.

Appello per salvare il Liocorno

Sono preoccupato.

Ma preoccuparsi non basta.

Sono indignato.

Ma indignarsi non basta.

Allora ho pensato di proporre questo appello per salvare gli ultimi esemplari di liocorni rimasti sulla terra.

Il liocorno, detto anche unicorno o leocorno, ha per millenni mantenute sempre in primavera le foreste incantate, angoli del pianeta ancora incontaminati dall’avanzare della disperazione umana.

I cacciatori di liocorni non hanno però esitato a uccidere questi teneri animali, con il fine di farne dei sogni. Si sa infatti quanto sia pregiato il cuore di liocorno, un cuore puro. Mangiandolo siamo in grado di fare bellissimi sogni e il sogno è ormai un lusso per pochi.

Non dimentichiamo inoltre che dietro la spietata caccia al liocorno c’è il clan delle Fate. Le Fate da tempo gestiscono il mercato nero del cuore di liocorno in confronto a una domanda che non accenna a diminuire malgrado la crisi economica mondiale.

Si può sognare anche in modo ecologico rispettando la natura, senza infrangere i cuori dei Liocorni.

Salvate il Liocorno, salvate il Sogno.

Orche Libere

Sezione I La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.

Sezione II II Congresso ha facoltà di porre in essere la legislazione opportuna per dare esecuzione a questo Articolo.

XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America

Tilikum, Katina, Kasatka, Ulises e Corky: non sono né nomi di inquietanti fenomeni atmosferici come uragani o piogge torrenziali, né nomi di gangster di una band cresciuta nel Bronx.

Sono piuttosto i nomi di cinque orche, i diritti delle quali sono finiti in difesa davanti alla Corte Federale di San Diego in questi giorni, così come riportato in notizia dai principali quotidiani del mondo, nonché dal sito dell’organizzazione direttamente interessata che si occupa della difesa dei diritti degli animali, la PETA.

http://www.peta.org/b/thepetafiles/archive/2012/02/06/historic-day-for-seaworld-orcas-in-court.aspx

La PETA definisce storico questo giorno nel quale le Orche intentano causa contro l’acquario SeaWorld, appellandosi al 13°emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Ora il punto non è cosa intendessero i Padri Fondatori quando parlarono di abolizione della schiavitù. Un giurista vero sa che non è la società che deve inseguire il diritto, semmai il contrario: è il diritto che insegue la società, si adatta a nuove interpretazioni, dimostra la sua veneranda età, la sua agilità, la necessità o meno di modifiche.

Il fatto che i legali della PETA si siano appellati al 13°emendamento non deve essere visto come un’esclusiva mossa mediatica (nessuna novità su questo profilo dal momento che simili battaglie legali ci hanno abituato da tempo a colpi di teatro legali, specialmente nei paesi di common law, dove la giurisprudenza ha un valore non solo significativo ma vincolante), ma per quello che effettivamente designa: uno stato di schiavitù per le orche in questione.

Le musiche di Ennio Morricone accompagnano le scene del film del 1977 “L’orca assassina”, epiteto che raramente e ingiustamente questo magnifico esemplare di mammifero marino si è talvolta visto associare.

Le condizioni di forte stress nelle quali le orche riversano e le finalità di sfruttamento puramente scenografico per famiglie e bambini spiegano perché si sono verificati nel corso della storia rarissimi incidenti nei quali le orche hanno ferito o ucciso (è il caso del 2010, che riguarda proprio l’addestratrice del SeaWorld).

Guardate: l’orca vive in un’angusta vasca di cemento e le viene concesso più spazio solo per il momento dello spettacolo.

Io direi che potremo cominciare a fare un nuovo film, più che “L’orca assassina”, L’acquario Assassino.

Questo non è un articolo animalista.

Queste parole sono lotta per la vita e la dignità di qualsiasi essere vivente.

Anche South Park, il celebre cartoon, non ha mancato di onorare a suo modo l’argomento nel tredicesimo episodio della nona stagione. E di nuovo il numero 13: speriamo che almeno a loro, alle Orche, porti fortuna.

http://en.wikipedia.org/wiki/Free_Willzyx

Kyle Broflovski e Willzyx

Orche, vongole e merluzzi.

(p.s.: ma con le vongole due spaghi stasera me li faccio volentieri!)

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