Del trascurare, dello spam, del pop e di altre felicitazioni

 

Ultimamente, amici lettori, potreste sentirvi un po’ trascurati dall’incedere meno ritmico dei post ittici del blog.

Niente panico!

Al giorno d’oggi c’è un’agenzia per tutto!

Rimbalzando tra meteore di impegni e di idee, pensavo che bisognerebbe aprire un’agenzia di like e commenti.

Soluzioni di spam personalizzate per il cliente. “Andy Warhol diceva che ciascuno nel futuro avrebbe avuto 15 minuti di notorietà. Noi ve ne daremo una vita”.

Casa Bianca & polemiche! Casa Pop!

La nuova frontiera del marketing.

SpamGlob: alienati dall’umanità, globalizzati.

In fondo l’umanità fa marketing da una vita: persino i nostri antenati di Altamira pubblicizzavano la propria caccia al bisonte.

Tutto è preistoria, la storia è soltanto un sogno.

C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

Una classe che ha tanto da insegnare

di Marco Cardilli

Spesso, in varie occasioni (dibattiti, incontri, discussioni) ho sentito tirare in ballo la questione relativa alla crisi del nostro cinema: Il cinema è morto? È vivo? Esiste? Non esiste? È semplicemente cambiato? È poco considerato/compreso? ecc…

 Sicuramente il cinema negli anni è cambiato (come cambia un po’ tutto) e sicuramente ci troviamo di fronte ad un periodo non particolarmente florido e glorioso dal punto di vista produttivo-quantitativo. quanti film si fanno in Italia all’anno? altra domanda ricorrente.

Non voglio ora addentrarmi in questioni simili, ma soltanto dire che se è vero che esiste una crisi del settore cinema, questa esiste come “crisi di sistema” e non come crisi di idee e talenti e che questa “crisi di sistema” si inserisce dentro una crisi culturale più generale, ampia, che riguarda tutti gli strati della società. Questa “crisi di sistema” di cui parlo manifesta innanzitutto alcune caratteristiche: mancanza di produttori colti, coraggiosi e appassionati, capaci di investire risorse su progetti meritevoli/validi culturalmente; mancanza di distributori capaci di dare visibilità a queste opere (oltre a quelle importanti per gli incassi); mancanza di un pubblico attento, ricettivo, interessato e quindi in grado di stimolare positivamente i primi due fattori.

Malgrado la crisi di sistema e la situazione poco felice che questa genera, credo di poter dire che artisticamente il cinema italiano non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Ne è la prova l’ultimo bel film appena visto: “La mia classe” di Daniele Gaglianone.

maxresdefault-1

È un film girato con pochissime risorse economiche, che ha molto faticato a trovare un distributore (ad arrivare in sala), ma capace di superare gli ostacoli con l’inventiva, la potenza della narrazione, la capacità di raccontare con il mezzo cinematografico. È un film che trova forza e senso anche rischiando il confronto con un’opera insuperata come “Diario di un maestro” e che ha il coraggio di avventurarsi in sperimentazioni formali/linguistiche insidiose mescolando la “documentazione” (che non è presa diretta-intendiamoci-ma racconto del reale) con l’invenzione letteraria, da sceneggiatura classica.

Infatti tutta la materia che Gaglianone raccoglie nel film è come sublimata da una contraddizione di fondo. E questa contraddizione permea tutta l’opera manifestandosi un po’ in tutti gli aspetti del film, dal linguaggio all’utilizzo degli attori (un po’ se stessi, un po’ personaggi), passando per le intenzioni dell’autore (messe in scena dallo svelamento del set, dalla “rottura della quarta parete”-si direbbe per il teatro).

Pensiamo al personaggio dell’insegnate: un po’ maestro e un po’ Mastandrea che vuole aiutare, ma allo stesso tempo non può salvare i suoi allievi (il monologo finale ne è il testamento); pensiamo al regista che vuole raccontare/denunciare le difficoltà, le tragedie e i disagi di chi vive l’immigrazione, ma allo stesso tempo non può neanche garantire il permesso di soggiorno ai suoi “attori”; pensiamo al linguaggio usato, il racconto documentaristico fatto di volti veri, di espressioni intense (magari un po’ fuori fuoco, in un angoletto dell’inquadratura), di racconti spontanei (colti con grande sapienza) e allo stesso tempo la voglia di andare oltre, di raccontare altro, scrivendo, inventando una scena. Quest’ultima operazione, molto rischiosa, riesce però pienamente, secondo me, grazie all’onestà intellettuale e all’originalità stilistica di Gaglianone.

Tutto il film è vissuto come una gioiosa e catartica esperienza di gruppo, un canto corale, orchestrato armoniosamente da una regia asciutta, netta, presente quanto basta e da un montaggio serrato.

È un film che strappa molte risate, specialmente nella parte iniziale, ma anche molte lacrime e che pone allo spettatore tante domande, tante questioni sulle quali riflettere.

La mia classe”, come la classe di Vittorio De Seta nel “Diario di un maestro” e quella di Don Milani nella “Lettera ad una professoressa”, è una classe di ultimi che si aiutano l’un l’altro anziché competere tra loro, è una classe bellissima e difficile che ha bisogno di imparare, ma che ha anche molto, moltissimo da insegnare.

Concludo: oggi si producono molti documentari, forse troppi, ma con questo genere cinematografico (ancora poco compreso ed apprezzato) si confrontano con ottimi risultati diversi giovani e non-giovani autori, dando prova di sorprendente capacità analitica, narrativa, poetica.

É anche in questa direzione che bisogna guardare per vedere dov’è il nostro cinema di oggi e dove sarà quello di domani.

Walking DeadBook: 10 anni con Mark

Oggi “accendo” facebook.

E questa è la prima illusione, perché “Facebook” non si accende. Facebook è lì, già acceso, anche se tu non lo vuoi, con la capacità di sopravviverti post mortem.

Sono abbastanza sicuro che le agenzie funebri del futuro offriranno anche lapidi elettroniche con slides, video e foto del defunto.

Una società che teme la morte e resta troppo vincolata alla memoria dei “sè” individuali è una società di incesti storici, che non vuol morire, ma non può nemmeno vivere. Perché è anche con l’oblio che si torna a ricordare davvero, a rigenerare.

Okay, sono partito con il pippone filosofico. Lo so. Non è il momento, non è mai il momento, per molti di voi.

Bè, ve la faccio breve. Accedo sul noto social network e lo trovo pieno di questi filmati che festeggiano i 10 anni dalla sua nascita. In più ti propone un video che si genera in automatico in base al tuo profilo e ti riassume in pochi secondi i momenti salienti della tua vita.

Ed è in quel momento, in quel video brevissimo che capisci: non conta chi sei o chi sei stato, ma il numero di “mi piace” ricevuti.

A rimetterci saranno i fiorai fuori dai cimiteri, spogli di fiori e pieni di “mi piace”.

Macabri, spiacevoli, disdicevoli “mi piace”…che sei schiattato!

Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Quotidiani #3

 

Il fattore thermos-leaking è inversamente proporzionale al rendimento degli studenti universitari.

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 288 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: