Komandamenti a Kaso

 

Komandamento numero 3 (gli altri due possiamo saltarli, che tanto non li chiedono mai all’esame): Se ti trovi alle ultime file di un concerto, non pogare.

4: Facebook è una malattia, ammalarsi ogni tanto fa bene aiuta a sviluppare le difese immunitarie, ma ogni tanto!

5: la gente non si droga più come una volta perché è diventata choosy, allora tu scegli di dipendere soltanto da te stesso

6: se oggi ti girano i coglioni, approfittane: fatti un frullato

7: se sei napoletano ma lavori al nord, non lasciare che ti chiamino EXPOsito!

8: quando ti fai una doccia, guardati, sei un’opera d’arte e puoi ammirarti gratis. Digli questo a chi vuole riformare i Musei!

9: vai alle assemblee di condominio e dì che hai peccato, che nel tuo appartamento c’è un albero di mele per farci passare in mezzo la tav!

10: questo dovrebbe essere il gran finale, ma io ti dico: sii il tuo inizio. E non finire.

 

Dove sei Stato?

Manifestano. Manifestano. Manifestano da più di un secolo.

Io me ne sto alla finestra. Aspetto, sono un Gattopardo. So come vanno a finire certe cose. L’amore inizia che è una monarchia costituzionale, lei la Regina, tu il Re. Tutto il Regno vi adora. Siete la coppia perfetta, sorrisi per la stampa, cerimonie per i diplomatici, battute pronte per tutti gli altri capi di stato che invidiano questa felicità interna lorda. Ah, quando eravamo re…!

Ma i sudditi finiscono sempre per manifestare un malcontento. Allora tu mi hai detto che volevi il suffragio nuziale, camera per due, cabina elettorale in comune, il voto uguale per tutti e poi avere la maggioranza di te nel parlamento del cuore e, quando non mi rispondi agli sms, chiedere la fiducia, minacciare la crisi del governo, arroccare vecchie alleanze. Dicono che non c’è governo in amore, ma cinquant’anni di democrazia sessuale come li chiami? Sempre le stesse tradizionali posizioni: chi è in minoranza finisce con il voler fare compromessi. Ah, quando eravamo re!

E poi ecco, le stragi a letto, i segreti sullo stato delle nostre lenzuola, che coprivano corpi inerti, dopo così poco amore, dopo così troppo amore. Allora ricominciano a manifestare. E io e te, e te ed io, che diventiamo comunisti, un po’ per moda, un po’ per voglia, un po’ per dovere sociale: okkupazione della camera da letto, okkupazione del divano, okkupazione del bagno, okkupazione della lavatrice. Mi viene il dubbio che quando abbiamo mollato tutte queste occupazioni, siamo stati noi i responsabili della disoccupazione. Tutti disoccupati dall’amore, con tanto tempo libero. Qualcuno manifesta ancora, te la butta in caciara: amore globalizzato, amore consumistico, amore no global, amore ecologico. Ma io e te no, mai. Io e te siamo stati Re, e siamo stati schiavi, siamo stati anarchici e siamo stati governati.

C’è un solo Dittatore, e si chiama Solitudine: ecco, manifestano perché si sentono soli. Senza di te mi sento un clandestino in libera fuga sul suolo del cuore.

Dove sei? Dove sei STATO?

Ah, senti mi è venuta in mente una cosa nuova…Facciamo un Impero che dici? Fanculo alla democrazia, governiamoli tutti, diamo loro una storia d’amore imperiale. D’altronde è così che muore la Repubblica: tra scroscianti orgasmi.

Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Il sogno di Franz

“Quanti modi conosci?” – gli chiese il ragazzo accennando con il capo alla scatola rossa posata sul tavolino.

Il vecchio sospirò, storse la bocca e gli uscì un mezzo sorriso, poi d’un soffio disse:

“Uno solo, a dire il vero.”

Il ragazzo era pensieroso. Erano anni che stava inseguendo una soluzione, e ora era lì, dentro la scatola rossa, sul tavolo bianco. Sarebbe bastato aprirla, ma era ancora dubbioso. Di tanto in tanto riprendeva a passeggiare nella stanza dalle pareti ovali e concave, d’ un bianco quasi accecante.

“Passeggiare non ti farà svegliare dal sogno, se è questo che vuoi.” – rise il vecchio.

“Sei molto vecchio.” – osservò l’altro, guardandolo.

“Ho avuto molte anime.” – gli rispose l’uomo anziano, seduto di fronte al tavolo, le mani tremanti, inerpicate sul bastone.

“Quante?”

Il vecchio alzò la mano destra e con il dito indice disse: “Oh… innumerevoli …”

“E quindi ora sei il mio angelo custode?”

Lui agitò la mano in aria “O spirito guida, come preferisci chiamarci.”

“Sei contento di essere qui, con me?”

Il vecchio sorrise, un sorriso che d’un tratto lo fece apparire molto più giovane degli anni che gli gravavano sulle spalle. “Non aspettavo altro da quando sei nato.”

Il ragazzo annuì, convinto di aver fatto la cosa giusta. Lo aveva chiamato più e più volte, e infine lo spirito guida gli era venuto in sogno. Lui aveva chiesto, lo spirito aveva risposto, mostrandogli la scatola sul tavolo.

“Che cosa contiene la scatola?”

“Tutta la tua vita, amico mio.” – disse il vecchio.

“Posso aprirla?”

Il vecchio posò il bastone, si alzò, uno scatto poderoso, veloce e inaspettato per la sua età. Superava il giovane in altezza: iniziò a camminare intorno al tavolo, circumnavigando sia la scatola che il ragazzo.

“Certo che puoi aprire la scatola…ma allora le cose cambierebbero. Il mondo muta nel momento in cui osservi il mondo, resta uguale nel momento in cui distrai lo sguardo. Il divenire delle cose, amico, dipende da noi. Per questo la realtà ci appare tanto fragile, tanto instabile, perché non facciamo altro che osservarla.”

“Mi stai dicendo che tutto è illusione?” – il ragazzo picchiettò con un dito sul tavolo.

“No, Franz…la vera domanda non è se ciò che vedi è reale, la vera domanda è: tu sei reale?” – il vecchio lo scrutò, lo sguardo affossava le sue radici in millenni di anime, in cicli continui di atomi, in reincarnazioni di multi versi. Franz sentì tutto questo dentro di sé: si sentì reale, poiché qualcuno lo stava scrutando da ere senza tempo.

“Io…io…- esitò – Io sono reale, il mio dolore è reale, le mie mani sono reali…”

“Io, io, io! Tu sei reale perché sei consapevole di esistere.”

“Sì, ma gli altri…esistono?”

“No, Franz. Gli altri non esistono. Sono solo proiezioni di ciò che senti nei confronti degli altri. Se provi qualcosa, allora gli altri acquistano contorni più netti, qualità definite, caratteri, espressioni. Ma gli altri non possono esistere senza di te.”

Franz rise, si avvicinò al tavolo. Avrebbe potuto allungare il braccio di qualche centimetro e avrebbe toccato la scatola.

“Tutto questo mi sembra enormemente egoistico, Spirito. E anche colmo di solitudine.”

Lo spirito iniziò a sparire, ma la sua voce era chiara e forte e vagava intorno a Franz.

“Ci sono due strade: ciò che scegliamo di essere e ciò che scegliamo di credere. Non sempre si crede in ciò che si è, non sempre si è ciò che si crede. Tu, Franz, devi credere in te stesso.”

Franz accarezzò la scatola, appena un tocco e sentì tutto ciò che era reale avvilupparsi intorno alle due dita, risalire sul braccio, espandersi in tutto il corpo: il compleanno dei sette anni, quando aveva ricevuto quella splendida moto a pedali rossa fiammante, la prima volta che era andato al cinema e un effetto speciale lo aveva fatto sbalzare dalla poltrona, l’asprezza del primo limone, le corse tra i corridoi di casa, il primo cadavere, sua nonna, stesa fredda nella sala dell’obitorio, il color nero dei funerali, un enorme telo nero, e il bianco del mandorlo in fiore, e la prima neve, cinque anni, e il primo bacio con la lingua quindici anni, la prima volta che aveva riportato a casa uno specchietto staccatosi in un incidente d’auto, la prima volta che lei gli aveva detto che non lo amava, la torta con le fragole, il sapore delle lacrime e il tepore dei raggi estivi che avevano asciugato le guance, la prima stella cadente, il ginocchio sbucciato…e un’infinità di cose inestricabili, ricordi, sensazioni.

“Ho capito” – disse Franz, ritraendo la mano.

“Cosa hai capito?” – gli rispose lo Spirito.

C’era silenzio adesso e comunicavano con il pensiero, e Franz riconobbe la voce famigliare che lo aveva accompagnato in molti momenti.

“C’è un solo modo per morire: vivere. Per questo non aprirò la scatola.”

Franz si allontanò. Lo Spirito Guida taceva. Tutto crollò e andò in pezzi, il tavolo, la scatola, i muri bianchi della stanza. Franz si voltò e vide la lunga spiaggia che conosceva da una vita, e una grande distesa d’acqua infrangersi a riva. Franz si incamminò, e percorse miglia, almeno così gli parve. Poi guardò le dune alla sua destra, guardò il mare alla sua sinistra e sedette. Toccò la sabbia bagnata, vi soffiò sopra e cumuli di granelli si sollevarono con incredibile leggerezza.

Apparve una scritta, Franz la lesse e sorrise.

Poi la vita lo inghiottì.

Del trascurare, dello spam, del pop e di altre felicitazioni

 

Ultimamente, amici lettori, potreste sentirvi un po’ trascurati dall’incedere meno ritmico dei post ittici del blog.

Niente panico!

Al giorno d’oggi c’è un’agenzia per tutto!

Rimbalzando tra meteore di impegni e di idee, pensavo che bisognerebbe aprire un’agenzia di like e commenti.

Soluzioni di spam personalizzate per il cliente. “Andy Warhol diceva che ciascuno nel futuro avrebbe avuto 15 minuti di notorietà. Noi ve ne daremo una vita”.

Casa Bianca & polemiche! Casa Pop!

La nuova frontiera del marketing.

SpamGlob: alienati dall’umanità, globalizzati.

In fondo l’umanità fa marketing da una vita: persino i nostri antenati di Altamira pubblicizzavano la propria caccia al bisonte.

Tutto è preistoria, la storia è soltanto un sogno.

C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

Una classe che ha tanto da insegnare

di Marco Cardilli

Spesso, in varie occasioni (dibattiti, incontri, discussioni) ho sentito tirare in ballo la questione relativa alla crisi del nostro cinema: Il cinema è morto? È vivo? Esiste? Non esiste? È semplicemente cambiato? È poco considerato/compreso? ecc…

 Sicuramente il cinema negli anni è cambiato (come cambia un po’ tutto) e sicuramente ci troviamo di fronte ad un periodo non particolarmente florido e glorioso dal punto di vista produttivo-quantitativo. quanti film si fanno in Italia all’anno? altra domanda ricorrente.

Non voglio ora addentrarmi in questioni simili, ma soltanto dire che se è vero che esiste una crisi del settore cinema, questa esiste come “crisi di sistema” e non come crisi di idee e talenti e che questa “crisi di sistema” si inserisce dentro una crisi culturale più generale, ampia, che riguarda tutti gli strati della società. Questa “crisi di sistema” di cui parlo manifesta innanzitutto alcune caratteristiche: mancanza di produttori colti, coraggiosi e appassionati, capaci di investire risorse su progetti meritevoli/validi culturalmente; mancanza di distributori capaci di dare visibilità a queste opere (oltre a quelle importanti per gli incassi); mancanza di un pubblico attento, ricettivo, interessato e quindi in grado di stimolare positivamente i primi due fattori.

Malgrado la crisi di sistema e la situazione poco felice che questa genera, credo di poter dire che artisticamente il cinema italiano non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Ne è la prova l’ultimo bel film appena visto: “La mia classe” di Daniele Gaglianone.

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È un film girato con pochissime risorse economiche, che ha molto faticato a trovare un distributore (ad arrivare in sala), ma capace di superare gli ostacoli con l’inventiva, la potenza della narrazione, la capacità di raccontare con il mezzo cinematografico. È un film che trova forza e senso anche rischiando il confronto con un’opera insuperata come “Diario di un maestro” e che ha il coraggio di avventurarsi in sperimentazioni formali/linguistiche insidiose mescolando la “documentazione” (che non è presa diretta-intendiamoci-ma racconto del reale) con l’invenzione letteraria, da sceneggiatura classica.

Infatti tutta la materia che Gaglianone raccoglie nel film è come sublimata da una contraddizione di fondo. E questa contraddizione permea tutta l’opera manifestandosi un po’ in tutti gli aspetti del film, dal linguaggio all’utilizzo degli attori (un po’ se stessi, un po’ personaggi), passando per le intenzioni dell’autore (messe in scena dallo svelamento del set, dalla “rottura della quarta parete”-si direbbe per il teatro).

Pensiamo al personaggio dell’insegnate: un po’ maestro e un po’ Mastandrea che vuole aiutare, ma allo stesso tempo non può salvare i suoi allievi (il monologo finale ne è il testamento); pensiamo al regista che vuole raccontare/denunciare le difficoltà, le tragedie e i disagi di chi vive l’immigrazione, ma allo stesso tempo non può neanche garantire il permesso di soggiorno ai suoi “attori”; pensiamo al linguaggio usato, il racconto documentaristico fatto di volti veri, di espressioni intense (magari un po’ fuori fuoco, in un angoletto dell’inquadratura), di racconti spontanei (colti con grande sapienza) e allo stesso tempo la voglia di andare oltre, di raccontare altro, scrivendo, inventando una scena. Quest’ultima operazione, molto rischiosa, riesce però pienamente, secondo me, grazie all’onestà intellettuale e all’originalità stilistica di Gaglianone.

Tutto il film è vissuto come una gioiosa e catartica esperienza di gruppo, un canto corale, orchestrato armoniosamente da una regia asciutta, netta, presente quanto basta e da un montaggio serrato.

È un film che strappa molte risate, specialmente nella parte iniziale, ma anche molte lacrime e che pone allo spettatore tante domande, tante questioni sulle quali riflettere.

La mia classe”, come la classe di Vittorio De Seta nel “Diario di un maestro” e quella di Don Milani nella “Lettera ad una professoressa”, è una classe di ultimi che si aiutano l’un l’altro anziché competere tra loro, è una classe bellissima e difficile che ha bisogno di imparare, ma che ha anche molto, moltissimo da insegnare.

Concludo: oggi si producono molti documentari, forse troppi, ma con questo genere cinematografico (ancora poco compreso ed apprezzato) si confrontano con ottimi risultati diversi giovani e non-giovani autori, dando prova di sorprendente capacità analitica, narrativa, poetica.

É anche in questa direzione che bisogna guardare per vedere dov’è il nostro cinema di oggi e dove sarà quello di domani.

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